Ieri sera, Milano ha visto una delle sue serate più frizzanti e coinvolgenti, grazie ai Royel Otis, la band australiana che mescola psichedelia, pop e un pizzico di ironia. Il Fabrique, uno dei locali più iconici della città per i concerti dal vivo, si è trasformato nel punto di ritrovo per tutti gli appassionati di rock psichedelico e groove irresistibile.
Arrivo puntuale alle 21, sperando di godermi l’opening act di Visconti, ma la realtà mi accoglie con un aspetto ben diverso: il Fabrique è già stracolmo. Circa 3000 persone si sono già radunate, con le attese palpabili nell’aria. La maggior parte del pubblico è giovane, ma c’è anche chi ha deciso di rivivere le atmosfere di un tempo, quei suoni che evocano un rock fresco, lontano dalla banalità delle tendenze musicali più commerciali. Peccato che, essendo arrivato un po’ tardi, mi sono perso l’opening act. Eppure, non è che me ne importasse troppo: Visconti o no, ero lì per i Royel Otis, e mi rendevo conto che l’eccitazione era già abbastanza alta da farmi dimenticare rapidamente chi aveva aperto il concerto. A questo punto, l’unico pensiero era concentrarsi su cosa stava per accadere a breve sul palco.
Il Fabrique, come sempre, si presenta con un’atmosfera di grande impatto. Luci soffuse rosa sul palco, un pubblico visibilmente in fermento che aspetta i suoi idoli, e un sound che promette di far tremare le pareti. Ma c’è una piccola cosa che non posso non notare: il divieto di fumo, che sembra essere ignorato da molti. Più che ignorato, oserei dire che in alcuni casi sembra essere una regola totalmente dimenticata, tanto che l’aria, già di per sé calda e carica di energia, diventa irrespirabile. La sicurezza non fa una piega. Zero interventi, zero richiami. E sebbene abbia cercato di concentrarmi sulla musica, la cosa mi ha colpito più di quanto avrei voluto. Un altro dettaglio che non passa inosservato è il fatto che, purtroppo, non ho nemmeno bisogno di bere per rendermi conto che i prezzi delle bevande, come spesso accade nei grandi locali milanesi, sono fuori controllo. Un rapido sguardo ai prezzi del bar mi ha fatto rabbrividire: 9 euro per una birra piccola, 3 euro per una bottiglietta d’acqua. Vergogna!
Finalmente, le luci si abbassano, e la band entra in scena. Si parte subito forte con “I Hate This Tune”, una canzone che dà subito il tono: un pop psichedelico che mescola un po’ di tutto, dal rock al soul, in una miscela unica e irresistibile. I Royel Otis non sono solo una band, sono un’onda che ti travolge, un mix perfetto di freschezza e nostalgia. La loro presenza sul palco è incredibile: mai sopra le righe, ma sempre decisi, con una chimica tra i membri che si sente fortissima.
La scaletta prosegue con “Adored”, un pezzo che riesce a far entrare l’ascoltatore in una dimensione intima, una bolla di suono che avvolge e lascia spazio alla riflessione. Poi arriva “Heading for the Door”, uno dei brani più evocativi della serata, che unisce dolcezza e tensione. Ma non c’è tempo per distrarsi, perché la band ci prende per mano e ci lancia a velocità folli con “Who’s Your Boyfriend” e “Car”. Qui il pubblico esplode: c’è chi si lascia andare a un ballo sfrenato, chi si perde nelle parole, chi, semplicemente, si lascia trasportare dalla vibrazione della musica.
“Kool Aid” è un altro brano che non fa sconti: il groove è irresistibile, la chitarra scintillante, e le linee vocali si fanno più intime, più personali. La performance del gruppo non è mai banale, ma sempre fresca, come se stessero condividendo qualcosa di intimo con il pubblico. Eppure, la loro musica sa anche essere forte e decisa, come in “Foam” e “Moody”, pezzi che mettono in mostra una gran varietà di influenze e una capacità incredibile di passare da una sezione all’altra senza mai perdere il ritmo.
La tensione continua a crescere con “Come On Home” e “Shut Up”, tracce che segnano un cambiamento: si passa da un’atmosfera più riflessiva a una vera e propria esplosione di energia. Il pubblico è ormai completamente in mano alla band. La musica si fa sempre più potente, e il gioco tra le voci e la strumentazione sembra un viaggio che non ha intenzione di fermarsi.
Ma il momento che segna davvero la serata arriva con “She’s Got a Gun”. La canzone è pura adrenalina, una vera e propria scarica elettrica che fa vibrare le corde del cuore e mette il pubblico in un’onda di energia travolgente. La band non si risparmia, e la folla, a sua volta, non è da meno.
Dopo una serie di brani in cui le emozioni si mescolano a ritmi irresistibili, il concerto continua con “More to Lose” e “Jazz Burger”, tracce che dimostrano quanto i Royel Otis abbiano saputo sviluppare un sound personale e incredibilmente coinvolgente.
Il pubblico, ormai completamente in estasi, esplode con “Linger” (la celebre cover dei The Cranberries), un momento di grande intensità emotiva. L’omaggio a Dolores O’Riordan non solo è ben eseguito, ma aggiunge un ulteriore livello di profondità al concerto, che sfuma tra nostalgia e attualità.
La parte finale del concerto è pura energia: “I Wanna Dance with You” e “Bull Breed” sono il preambolo a un’esplosione di suono che segna il culmine della serata. La band non ha alcuna intenzione di fermarsi, e il pubblico segue ogni nota con il cuore in gola. “Fried Rice” e “Sofa King” fanno da preludio alla conclusione, ma è con “Murder on the Dancefloor” (cover di Sophie Ellis-Bextor) che la serata prende una piega memorabile, con un’atmosfera da pista da ballo che ci fa dimenticare il mondo.
Infine, la band rientra sul palco per un ultimo bis: “Oysters in My Pocket”. Una canzone che chiude un concerto perfetto con un’energia che lascia il pubblico a bocca aperta. Una performance che segna la fine di una serata unica.
Uscendo dal Fabrique, il freddo milanese mi avvolge come una coperta gelida e la mente ripercorre ogni istante della serata. I Royel Otis hanno portato una ventata di freschezza nella città, con una performance che ha saputo toccare ogni angolo dell’anima: energia pura, emozioni sincere, quella musica che sa di verità. La folla li ha accolti con un calore che solo la musica riesce a suscitare. E mentre l’aria, ancora densa di fumo, e i prezzi da capogiro al bar mi fanno sorridere amaramente, non posso fare a meno di pensare che, come scriveva quel tale, “la musica è una risposta che non c’è, ma a cui ti appoggi quando tutto il resto sembra crollare”. E in effetti, quando il suono è così travolgente, le lamentele sembrano scomparire, quasi diventando inutili, come se l’unica cosa che davvero contasse fosse il rumore che si alza in mezzo alla notte.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
