Potremmo spendere tante parole sull’evoluzione artistica di Anders Trentemøller: basti dire che ha cominciato nel 1997 come dj nella sua città, Copenaghen, e che quasi diciannove anni, cinque album e innumerevoli remix dopo (tra cui Wrong dei Depeche Mode, Midnight City degli M83 e Days dei The Drums) è ormai uno degli artisti più acclamati della scena elettronica.
Il suo ultimo album è il frutto più maturo di questa evoluzione, di una maniacale ricerca dell’essenziale, del suono che non ha bisogno di nient’altro se non di quello che possiede già. È un ecosistema perfetto in cui il genio di Trentemøller convive con le voci di Marie Fisker, Lisbet Fritze e Jehnny Beth (cantante delle Savages), in cui sintetizzatori e drum machine si mescolano alla componente umana per creare un’atmosfera fredda e malinconica, la stessa che si respira nelle strade della Los Angeles di Blade Runner o nei boschi di The Lobster. La bellezza di Fixion è complessa, difficile da cogliere immediatamente. Come quando guardiamo il cielo di notte e a una prima occhiata vediamo solo un’enorme distesa nera: dobbiamo soffermarci un po’ prima di scorgere le stelle meno luminose e riconoscere tutte le costellazioni. Così, a un primo ascolto è facile trovarsi disorientati e non afferrare tutti i dettagli di quest’album.
Prendetevi un po’ di tempo allora. Quando vi sentirete pronti, indossate le vostre cuffie preferite, chiudetevi nella vostra stanza e assicuratevi che nessuno venga a disturbarvi. Per i prossimi 60 minuti sarete impegnati a percorrere su e giù le frequenze di questo lavoro immenso.
Laura Musumarra

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.