Il nuovo disco dei Waterboys, il tredicesimo in studio per la band scozzese, s’intitola “Where The Action Is” ed è uscito il 24 maggio 2019 su Cooking Vynil. Esiste anche un’edizione deluxe, che contiene versioni alternative e remix di brani dello stesso album. Il titolo è ispirato al ritornello del classico mod/northern soul degli anni ’60 Let’s Go Baby di Robert Parker. Registrato nell’estate 2017 su un’unica take strumentale ai Real World Studios, con i suoni di Brother Paul, Steve Wickham, del bassista Aongus Ralston e del batterista Ralph Salmins.

Ne parliamo oggi, in “lieve” ritardo, in occasione dell’uscita dell’EP “Out Of All This Blue”, che contiene anche una demo del pezzo omonimo risalente al 2015 e due tracce live, London Mick e The Whole Of The Moon (featuring Blaine Harrison dei Mystery Jets), registrate al Chris Evans Virgin Radio Breakfast Show.

Trentasei anni di carriera per il talento multiforme di Mike Scott, leader e compositore principale della band. Un personaggio enigmatico e refrattario a compromessi con il successo commerciale che a metà Anni ’80 avrebbe potuto seguire la scia degli U2; ma per fortuna, o purtroppo, non è andata così. Un artista che confessa di aver trovato il suo successo personale nella felicità che solo un posto come l’Irlanda è in grado di regalare a uno scozzese. Su di lui girano un sacco di storie meravigliose perfettamente a cavallo fra realtà e leggenda, e alcune di queste entrano a far parte anche delle tracce del suo nuovo lavoro.

Parte forte Mike Scott, con la title track piazzata in apertura, dichiarazione di intenti e manifesto ideale della sua musica nel 2019. I Waterboys sono pronti a sporcarsi le mani con il rock‘n’roll, a buttarsi nella mischia del rock‘n’roll, a difendere la cara e vecchia autenticità del rock’n’roll (“I wanna hear one song that tells how I feel”), a prendersela con chi dissemina bugie sui social invece di suonare il rock’n’roll (“And you can fool the whole world with just one tweet”) e a farlo con l’entusiasmo di un tempo, quello appunto del rock ‘n’roll. Il tutto adagiato su riff di chitarra stonesiani punteggiati da violini e inaciditi da Hammond.

Ribadisce impellenza, vitalità ed energia a profusione con il secondo brano, quasi punk, dedicato a Mick Jones dei Clash; London Mick è un affresco nostalgico della Londra di fine Anni ’70 negli occhi ingenui di un “Clash Kid” e un tributo alla chitarra della storica band inglese. Un po’ una rivendicazione di appartenenza, quella di Scott, che vuole chiarire di essere stato punk prima di noi, ma punk sul serio, e che Mick Jones gli comprava la Coca Cola mentre noi ancora stavamo attaccati ai biberon (l’aveva anche intervistato per la sua fanzine, Jungleland).

Si ammorbidiscono i toni con un brano che porta il titolo del precedente lavoro, Out Of All This Blue, ma non ne faceva parte. Una storia scritta per un amico che stava attraversando un momento difficile. Il tono confidenziale cozza un po’ con le basi elettroniche, ma gli echi soul, i cori, le tastiere alla fine fanno quadrare il cerchio. Right side of the heart break è un brano elegante che può fregiarsi di una scrittura formidabile (parlare di amore a sessant’anni senza risultare fuori luogo non è da tutti), di nuovo tonalità quasi da crooner, ritmi da soul bianco Anni ’80 alla Style Council. Musicalmente un po’ fiacca e francamente non indimenticabile. Sembra sia stata registrata in casa da Mike: voce e chitarra microfonate insieme e inviate al tastierista della band Brother Paul, che ha poi vestito la traccia.

Molto meglio quando il nostro torna alle ballad, come con In My Time On Earth, una riflessione poetica sulla verità e sull’attualità. Un’accorata invocazione nostalgica per gli artisti che non ci sono più, gli eroi che non ci sono più, quel mondo un po’ punk e un po’ rock’n’roll che, non ci crederete ma, non c’è più (“Now November is here/With its carpet of leaves/And the songs of the dead fill my ears/All the champions are fallen/All the heroes are deceived/And the world they made has disappeared”). Diciamolo fuori dai denti: è un album che continuamente si strugge di nostalgia verso il passato (e che passato ha vissuto Mike Scott!), ma nonostante questo riesce, almeno nei testi, a non risultare mai stucchevole.

Ancora occhi umidi per le memorie da bohémien nel brano Ladbroke Grove Symphony, di nuovo la fine degli Anni ’70 nella Londra della controcultura che svanisce, ma ancora si respira insieme all’erba fumata dai rasta, nell’aria riempita dai bassi dei soundsystem. Mike Scott c’era e ci tiene a sottolinearlo con un altro brano riuscito dall’andatura vivace e dalle atmosfere notturne, infarcito di ricordi, centrato e divertente. Qui Scott parla del suo amore per un quartiere della West London, per una ragazza che indossava perle, ma soprattutto per la sua vita da ragazzo scapestrato che ospitava a casa Nikki Sudden, scriveva canzoni sul letto, veniva sfrattato nottetempo senza farne un dramma, perché da giovani, si sa, le cose si affrontano con altro piglio.

Take Me There I Will Follow You rappresenta un ritorno abbastanza fuori luogo ai ritmi “urban”: campioni, elettronica fiacca che gli Waterboys avevano già provato senza grandi riscontri ad abbracciare nel lavoro precedente; raccontare storie a Scott riesce sempre benissimo con i testi, ma raccontare la Londra di oggi attraverso i “suoni nuovi” un po’ meno. Ne viene fuori una specie di rap impreziosito da turntableism che andavano forse bene per brani datati metà Anni ’90. Nel 2019 sinceramente danno un po’ l’immagine dell’anziano che si veste da adolescente e prova in maniera imbarazzante a parlare lo slang dei ragazzini di strada. L’imbarazzo resta anche nel ritornello inutilmente allegro, il risultato finale – spiace dirlo – sembra un pezzo hip hop malriuscito a una band di metà Anni ’80.

Sul fronte suoni attuali si difende meglio And There’s Love in collaborazione col produttore inglese Simon Dine, un testo infarcito di riferimenti ad amori passati e a sentimenti che non ne vogliono sapere di sopirsi, un soul moderno ma minimale che sembra più nelle corde dei Waterboys, quelli della svolta Dublinese che sanno far riecheggiare anche il folk. Appare più convincente l’inedito connubio fra base ritmica e violini di Steve Wickam che ricamano per Then She Made The Lasses – O, basato sul poema “Green Grow The Rashes – O” di Robert Burns. Niente a che vedere con i Pink Floyd per il brano intitolato proprio Piper At The Gates Of Dawn, ma solo la zampata finale di Scott che fa mostra del suo amore per la poesia (sua madre insegnava letteratura all’università). Si tratta di un reading di una delle parti più emozionanti del libro “The Wind In The Willows” (“Il vento tra i salici”) di Kenneth Grahame del 1908, un classico della letteratura per bambini. Ancora intervengono violino, organo e chitarra per uno dei momenti più alti dell’album.

In “Where The Action Is” Mike Scott torna più rocker e meno folkster di come lo conosciamo, meno bucolico e più londinese, con un lavoro che sembra meno di squadra e più progetto solista. Dentro ci sono ballate, rock, soul moderno, folk e qualche improvvido accenno a suoni più “attuali”. Alti e bassi, insomma, dove prevedibilmente le vette sono raggiunte quando Scott impugna i vecchi ferri del mestiere. Della svolta “elettronica”, forse strumentale a un racconto urbano più attuale, si farebbe tranquillamente a meno. Dopotutto è un album ripiegato verso un passato affascinante ed epico. Nei brani più riusciti risuona quel fascino familiare che ci riporta ai vecchi Waterboys, quelli che abbiamo amato. Basta avere pazienza e fiducia nell’istinto dell’artista. Che alla fine a tratti riesce ancora a incantare mettendo a segno un lavoro musicalmente onesto e magistralmente scritto. D’altronde non si può avere sempre tutta la luna intera.

Andrea Bentivoglio