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The Vaccines – Back in Love City: Recensione

“Back in Love City”, quinto album in carriera per i Vaccines, è un enorme punto di domanda. Neanche lontanamente all’altezza dei primi due ottimi lavori, “What Did You Expect from the Vaccines?” (di ormai un decennio fa) e “Come of Age”, ma nemmeno vicino alla bassezza dei due successivi, “English Graffiti” e “Combat Sports”.

Le tredici nuove tracce vedono per la prima volta il frontman Justin Young alle prese con una sorta di concept ispirato a una città immaginaria (la Love City del titolo), dove si offrono sicurezza, conforto, soddisfazione e amore, dove il piacere mentale e fisico è in vendita e nessuno deve essere solo.

Il quintetto originario di Londra opta per uno spiccato spostamento verso l’altra parte dell’Atlantico, non solo nella forma delle canzoni (spesso una via di mezzo fra Pixies e Beach Boys), ma anche sfortunatamente nella produzione massiccia e davvero un po’ troppo caramellosa. Se quindi è innegabile un piacevole ritorno alle chitarre elettriche, a una sfrontatezza vagamente punk e alla capacità innegabile nella scrittura di ritornelli-anthem, non si può però soprassedere sulle fastidiosissime tastierine, sul mood ballabile per forza e su certi effetti su chitarre e voce francamente imbarazzanti.

I punti più alti si trovano nel tributo ai White Stripes (mescolati a un’abbondante dose di zucchero filato) di Wanderlust, nella countryeggiante El Paso, nel quasi ritorno alle origini di XTC e Savage, nella dolce ballad conclusiva Pink Water Pistols.

Il primo passo verso un futuro che abbia ancora un senso o semplicemente un mezzo passo falso (che è comunque meglio di uno intero)? Probabilmente servirà qualche anno per scoprirlo.

Andrea Manenti