Elisa Esposito (Sally Hawkins) forse ha origini italiane, non lo sapremo mai. Un’infanzia di abusi le ha tolto la voce. E’ immigrata in una Baltimora degli anni ’50, squisitamente romantica. Lavora in un laboratorio scientifico, come donna delle pulizie, si sente spesso in un musical. Zelda (Octavia Spencer): amica, confidente, mamma adottiva e collega afroamericana, lotta per tutto il film schiacciata nella morsa di un matrimonio apatico zeppo di convenzioni asfissianti al limite del maniacale. Giles (Richard Jenkins) è il vicino di casa di Elisa, un grafico pubblicitario in declino che filosofeggia sul senso della vita con piglio Alleniano, sospira molto e fatica ad accettare l’invecchiamento.

Proprio su questi tre personaggi principali si snoda la storia di “The Shape of Water” di Guillermo del Toro, già vincitore del Leone d’oro come miglior film alla 74ª Mostra di Venezia e nominato ben 13 volte agli Oscar 2018. Si può considerare un seguito ideale de Il mostro della laguna nera e, per ammissione dello stesso regista, una dichiarazione d’amore a tutti i mostri del cinema, a loro volta alla disperata di ricerca di sentimenti umani…da Frankestein a Dracula…nessuno escluso. Il plot è un tip-tap grottesco tra Eros e Tanatos. Sulle note di Benny Goodman Amore e Morte zampettano per oltre due ore. Nostalgiche ambientazioni pre-raffaellite alla Gondry di Mood Indigo vengono a tratti squarciate dal candore di sguardi trasognanti gonfi di sentimenti manifesti. Un cappello di feltro, poggiato su di un finestrino di un bus in transito diventa oblò per scorgere i propri sogni a venire. Elisa si innamora de “La Creatura”, un essere anfibio ritorvato in Amazonia e venerata come un Dio, ora segregato e seviziato per scopi scientifici dal malvagio funzionario governativo Richard Strickland (Michael Shannon). La rampa amorosa viene imboccata dai primi fotogrammi e il sentimento matura senza particolari colpi di scena. In una frenetica corsa alle stelle contro i russi, l’America non bada a spese per dare ai suoi cittadini un futuro stellare, il pazzo Strickland è pronto a spingersi oltre. Questi uomini di scienza che non imparano mai…

Non è certo la prima volta che il regista messicano ambienta i suoi incubi i contesti storici, ricordiamo la spagna franchista de “Il labirinto del fauno”. Alla maniera del suo autore, Elisa balla con il mostro. Il fantastico per il regista non esorcizza le sue paure ma le alimenta di energia vitale a tal punto da annientarle. DelToro riesce a portare agli Oscar dita mozzate e gatti sbudellati tipici dei B Movie con un lavoro di cesello che ha tutte le carte in regole per non scontentare il grande pubblico da popcorn movie.

Innamorarsi del mostro non è un gesto ribelle, piuttosto un’atto di estrema consapevolezza. E sia…non c’è nulla di trasgressivo ad accettare i propri squilibri, i propri errori, ad accettarsi. Non è un caso che sia proprio Elisa ad innamorarsi del mostro. Scegliere il mosto è rompere i freni e vivere in modo completo, abbandonandosi alla vita in ogni sua forma.
Su tutto vince l’amore, vitale contagioso al tatto, mostruoso nello sguardo, potentissimo e corrosivo come l’acqua la cui forma rimane un gran bel mistero. Il sentimento si muove come un uovo a bordo vasca…goffo, caraccolante… senza equilibrio alcuno.

Tum Vecchio