raconteur help us stranger recensione

Sono un po’ in imbarazzo. Ma la sincerità vince sempre, perciò lo dico. Quando ho ascoltato per la prima volta “Help Us Stranger”, il terzo disco dei Raconteurs, non mi ha fatto impazzire come speravo. L’avevo atteso per undici anni, mi ero fatto la bocca. Avevo un palato di fuoco pronto a divorare la nuova specialità dello chef Jack White. Eppure, quando il disco mi è stato servito fumante sul piatto, ho storto subito il naso in segno di biasimo. Niente da fare, non stuzzicava le mie fantasie. Sentivo odore di revisionismo, di freni rotti, e mi è mancata la fame.

Non appena l’ho addentato, il livello di voracità mi è sceso in picchiata: da un famelico Piranha dell’Amazzonia mi sono trasformato in un Francesco Bianconi qualunque, denutrito e inappetente. Qui c’è poco sale, mi dicevo. Stomaco bloccato. Ma era un pensiero ignobile e scandaloso, di cui mi vergognavo. Mi sentivo piccolo piccolo, uno scricciolo indifeso e incapace di apprezzare un disco che a chiunque altro stava piacendo. Come poteva non piacere proprio a me, che sono sempre stato un fanatico di questi quattro?

Allora l’ho ascoltato la seconda volta, la terza, la quarta. Mi sono incaponito su alcuni brani, poi li ho fatti decantare. Il giorno dopo li ho ripassati sotto la doccia, in macchina, a letto e perfino mentre affettavo una zucchina per un modesto pranzo domenicale. Ed è stato in quel preciso istante, mentre l’ultima rondella viaggiava in slow motion verso la pentola tipo proiettile di Matrix, che ho colto la bellezza di “Help Us Stranger”. Un fascino non certo devastante, ma discreto e avvolgente, che piano piano ha conquistato le mie orecchie, le mie serate e infine il mio cuore. Non più scricciolo, ma bracconiere dalla mira infallibile.

Tutto è iniziato in modo anomalo con Only Child. Uscita certamente dalla penna di Brendan Benson, che con la melodia ha più familiarità rispetto allo sperimentatore Jack White, questa traccia si è progressivamente impossessata del mio fiato costringendomi a fischiettarla mentre scendevo le scale per uscire di casa. Da qui in poi la magia ha preso il sopravvento. Prima con il singolo Bored and Razed, che coniuga alla perfezione la doppia anima della band, e poi con Sunday Driver, una sfuriata chitarristica data in pasto ai nostalgici dei White Stripes.

I riferimenti dell’album sono più o meno i soliti. Ãˆ forse inutili elencarli, ma si va dai Led Zeppelin ai Blind Faith, passando per l’immancabile sound di Detroit e il folk rock più tradizionale (vedi la cover di Hey Gyp (Dig the Slowness) di Donovan). Help Me Stranger, invece, sembra un pezzo dei Primal Scream nel periodo in cui giocavano a fare i Rolling Stones, mentre i cori di Shine the Light on Me sarebbero stati bene in bocca ai Queen.

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Le vere perle del disco sono due. La prima è Don’t Bother Me, una scheggia impazzita che vale la pena approfondire. Parte in quinta a metà strada tra il garage e una cavalcata sabbathiana. Poi all’improvviso tira il freno a mano per sgommare in un riffone hard rock che sa di testacoda. A questo punto la corsa sembrerebbe finita, ma il piede è rimasto sull’acceleratore. Raddrizzata la macchina, riprende a tirare al massimo chiudendo il cerchio in due minuti e 54 secondi. Nuvola di fumo, applausi.

La seconda perla è What’s Yours is Mine, una genialata che solo Jack White sarebbe in grado di produrre. Dentro c’è tutto il suo gusto, la sua esperienza e il suo coraggio. C’è poco da dire, ascoltatela e basta, poi ne riparliamo.

L’impressione, comunque, è che questi due brani siano stati partoriti nello stesso laboratorio anarchico dal quale un annetto fa è uscito “Boarding House Reach”, l’ultimo capolavoro solista del musicista americano. Un ventre gravido di idee, ma tutt’altro che comodo, che si allarga e si contrae a ritmo irregolare, miscelando generi, strumenti e tecniche di registrazione. In questo caso, però, l’istrione è tenuto a bada dal resto del gruppo. E forse è proprio questo il segreto dei Raconteurs: il continuo tira e molla tra la creatività dilagante di White e la perfetta compostezza dei suoi compagni. Una formula che al terzo disco aveva rischiato di ingannarmi, ma che a conti fatti mi ha convinto ancora una volta.

Paolo