No, se non conoscete Niki Moss non dovete preoccuparvene. É un nomino che si sta perdendo ahimè nel nulla, nel marasma di una scena indie europea che, a meno che non siate assidui frequentatori dei palchi più piccoli del Primavera Sound, non potete conoscere. Se in Italia picchiamo la testa contro la scena it-pop e trap, rigorosamente in lingua italica, che crea fenomeni poco esportabili, in Portogallo ci sono piccoli nomi come quello di Niki Moss, al secolo Miguel Vilhena (già voce dei Savanna), che tra le sue variopinte tinte lo-fi psichedeliche esordisce con “Gooey”, per tutti gli indie-rocker che si sono stufati degli Arctic Monkeys, i nostalgici degli anni Settanta, e quelli che amano snocciolare nomi di nicchia praticamente sconosciuti e irrilevanti facendo i fighi con gli amici.

Chitarrine birichine, voglia di sperimentare che non preclude un’innegabile attitudine pop. Quello di Niki Moss che riesce a suonare vintage, adatto a tutti voi coi Charlie Boots e i risvoltini, ma irresistibile e ballabile, passionale, magico, dove psichedelia e ritornelli convivono, dove colori pastello e colori fluo diventano praticamente la stessa cosa. Ascoltare Niki Moss è come spararsi un festival estivo quando in realtà si è silenziosamente in ufficio, con l’aria condizionata in faccia, come addormentarsi il pomeriggio in spiaggia e risvegliarsi sulla sdraio nel cuore della notte, come la prima birra ghiacciata della stagione.

La forza di un disco come “Gooey” sta in una sovrastruttura pop solida, che si riempie di suggestioni di psichedelia, indie-rock, atmosfere dreamy e persino qualche accenno dance. Un album universale da cui è impossibile non rimanere affascinati, un piccolo capolavoro nascosto sotto una miriade di proposte musicali tra le quali non è sempre così facile districarsi. Da scoprire.

Morgana Grancia

 

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