Alcatraz, sold out totale, gli immancabili bagarini fuori sotto la pioggia a vendere biglietti per cifre da gran concerto. Dentro, Nicolas Jaar si prepara a suonare sul palco laterale, quello più piccolo, che ci regala un’atmosfera decisamente più intima rispetto al grande stage a fondo sala. Scenografia scarna, con la postazione di tastiere, laptop e synth al centro, microfono e sax a portata di mano, luci e controluci attorno, il tutto – scopriremo – costantemente avvolto nel fumo bianco e denso.

Qualche minuto prima delle dieci, Jaar sale sul palco, butta lì un saluto quasi di circostanza e attacca a schiacciare tasti e girare manopole. La prima caratteristica lampante di questo live tanto atteso è che, fondamentalmente, Jaar non suona brani. Quello che ci troviamo davanti è piuttosto una materia sonora in costante movimento e senza soluzione di continuità. In questo grande calderone di beat e rumori appaiono sample familiari, brandelli di canzoni presi da tutta la discografia dell’artista, che intanto si muove con infinita calma e naturalezza dietro alle tastiere, sempre accompagnato con estrema accortezza da un light design di grandissimo effetto nel suo minimalismo, fatto di luce bianca e ombre nere. E che dire della cassa: non è musica elettronica senza cassa in quattro, vero? Beh, sì e no: fedele all’avversione per la riduzione del suo lavoro a “dance music”, la cassa nel live di Jaar fa solo fugaci apparizioni e si ritira subito nel vortice di rumore bianco e arpeggiatori furiosi. Queste apparizioni sporadiche, proprio grazie alla costante e magistrale tensione verso un’esplosione costantemente sospesa, assumono una forza tanto più grande di qualsiasi drop spudorato. Impalcature di suoni e rumori, accuratamente plasmate per poi farle ricadere su sé stesse e tirarne fuori un agglomerato sonoro completamente nuovo, ancora e ancora e ancora, con una padronanza della materia che è una vera gioia per i timpani.

Dopo una breve pausa, al ritorno dell’artista dietro la sua postazione qualcosa cambia: è la cassa che si fa sempre più insistente, per la gioia di chi non vedeva l’ora di muoversi. Siamo passati alla fase due: Nicolas ha deciso che è ora di ballare, ma senza mai abbassare la guardia. La sua ricerca sonora è intatta, un vero e proprio manuale su come fare musica elettronica intelligente e far muovere i piedi alla gente allo stesso tempo. Smonta e rimonta il beat nei momenti più inaspettati con naturalezza infinita, alza i bpm e sfiora la trance, li ributta giù e salta con naturalezza tra generi e sonorità, ti regala una cassa in quattro rotondissima, te la sfila da sotto i piedi e te la fa ricadere in testa un istante dopo. Attacca con No e tutti cantano in coro, A Time for Us e Mi Mujer, Just My Imagination e la festa è servita, palco e pubblico illuminati a giorno.

E alla fine di tutto, il set chiude quasi in sordina, affogando in quel rumore da cui era partito. Le orecchie fischiano ma solo un poco, le facce sono ancora estatiche. È ora di andare a casa e ringraziare San Nicola per aver soddisfatto e superato tutte le nostre (altissime) aspettative. Amen.

Daniele Piccoli