Nella marea di uscite che hanno caratterizzato gli ultimi mesi del 2018 ci sono perle di sperimentazione elettronica e non solo, di cui si è parlato poco. Abbiamo scelto cinque album di musica bella fresca, che forse vi sono sfuggiti, ma che è assolutamente necessario recuperare.

A cura di Pietro Gregori

 

RUE OBERKAMPF – WAVE CLASH

Umidità, onde sonore, estasi da dancefloor: i Rue Oberkampf sono un trio tedesco che oscilla tra coldwave di origine francese e la corrente ballereccia della Berlino anni ’80. Il gruppo, formato dai produttori Damien De Vir, Michael Maier e dalla cantante Julia De Jouy, riesce a proporre in modo interessante una realtà musicale di nicchia spesso poco considerata. “Waveclash” è il loro primo lavoro: sei stati d’animo in cui condensano onde sonore generate da sequencers, batterie elettroniche e ispirazioni electropunk. I testi sono in lingua francese, ispirati dalla letteratura “Fin de Siecle” (pensiamo al movimento culturale sviluppatosi alla fine del 19esimo secolo) e sono interpretati in maniera diversa a seconda dei brani: mormorii, urla e recitazione si scontrano con un sound che potrebbe risultare ostico alla voce di Julie. In realtà è questa la vera qualità del gruppo, ed emerge particolarmente in Le Soir Bleu, una ballata dove si incrociano arcate sonore come fossero fari nel buio, e Càmera, che raggiunge il livello più alto (e se vogliamo hardcore) di trance uditiva attraverso urli laceranti. I Rue Oberkampf centrano in pieno una sottocoltura 80s senza risultare romantici, ma con un pizzico di attualità.

DJ KHALAB – BLACK NOISE 2084

Khalab è un dj e produttore italiano che affonda la propria ispirazione all’interno della cultura africana a tutto tondo. Non è un’esagerazione: quando si ascolta un suo disco, si viene travolti da un senso di smarrimento, come se in un istante fossimo catapultati in una tribù dell’Africa centrale. Prodotto dall’etichetta londinese On The Corner, questo ultimo lavoro “Black Noise 2084” è la conferma che Khalab affronta con totale maestria una cultura musicale molto complessa, fondata su una poliritmia continua e la totale assenza di struttura armonica. Ma non sono solo radici, c’è anche presente e futuro. Industrial e Noise music sono gli ingredienti elettronici che il dj romano riesce a far coesistere, tra maschere tribali e alieni in fabbrica. La nuova scena di black music londinese lo ha accolto a braccia aperte: infatti nel disco presenzia un certo Shabaka Hutchings (sassofonista dei Sons Of Kemet) che suona in Dense insieme a Tommaso Cappellato alla batteria, altro fantastico musicista italiano che si è buttato nella scena musicale della capitale inglese. Un disco intenso, intriso di un’oscurità costante che accompagna tutti i brani e ci guida in un pianeta differente.

STRATA-GEMMA – EP

Strata- Gemma è un trio, nato dall’idea geniale del producer Niccolò Bruni (Aka Billy Bogus) che vede riuniti il contrabbassista Andrea Moretti e ai fiati Luca Cacciatore. Ma “Strata-Gemma” è anche il titolo del loro primo Ep, una delle uscite più interessanti finora del 2018 per quanto riguarda la commistione di varie realtà musicali: jazz, musica classica ed elettronica  si fondono in maniera unica, costruendo una pasta sonora che sfugge alle catalogazioni di mercato. La batteria e il contrabbasso portano un groove incessante, suonato in stile jazz-rock anni ’70, mentre le tastiere creano dei tappeti molto suggestivi e ricordano alcune colonne sonore di Nino Rota. I fiati, invece, trasportano l’orecchio in un’atmosfera del tutto “dreamy”: Cacciatore si serve di clarinetto e sassofoni per sviluppare temi di poche note che riprendono suoni lontanamente orientaleggianti, come in Feltram e Caro Van. Tabarin è invece il brano di apertura, e lascia più spazio all’improvvisazione pur rimanendo ancorato ad una ritmica Hip Hop 80s. I 14 minuti di “Strata- Gemma Ep” bastano per inquadrare alla perfezione il sound di un trio molto particolare, assolutamente da tenere d’occhio.

JOHNNY MOX –  FUTURE IS COMING, BUT YOU WILL

Johnny Mox, alias  Gianluca Taraborelli, negli anni ha sviluppato uno stile molto particolare, riuscendo a far convivere il punk con il gospel, il beatbox con il folk. Il suo nuovo disco “Future is Not Coming, But you will” ne è la conferma: uscito ad ottobre per “To lose la track”, l’album è un ritorno ai temi che gli stanno più a cuore, come abbiamo notato nel progetto “Stregoni”. Infatti, Mox spiega: «Il disco parla di un Futuro perduto, che non arriverà mai nella forma in cui ci è stato venduto e raccontato. Cerca di descrivere il profondo senso di scollamento, la rabbia e l’ossessione che tutti abbiamo sviluppato in questi anni nei confronti del Domani».  C’è una forte componente ipnotica nella sua musica: tra loop di chitarre aride ed una voce profonda a volte quasi sussurrata, Johnny  riesce a condurci in una sorta di incantesimo spiritual noise, nel quale tutto può succedere: da un gospel elettrico, A Dangerous Summer, si passa attraverso un filo conduttore estremamente logico ad una sorta di punk arrugginito come Sent from the Nature.  Dieci canzoni, notturne e morbide ma allo stesso tempo spinose, lasciano intuire una grande voglia di sperimentare e mettersi in gioco.

AME – DREAM HOUSE

Nella piccola cittadina di Karlsruhe, situata in Germania occidentale, 13 anni fa nasceva un collettivo di musica elettronica: gli Ame, formato da Kristian Beyer e Frank Wiedemann. Il gruppo ha sempre affascinato il proprio pubblico miscelando tendenze funk 70s con deep house e detroit techno. “Dream House”, il loro ultimo lavoro uscito a giugno per Innersounds,  rappresenta un processo di maturazione conseguente al sound coltivato per anni in dj set pazzeschi. L’elemento danzereccio, però, viene sacrificato: sì, perchè i due produttori non considerano la cassa dritta come un elemento immediato ed elementare, bensì come un’evoluzione sonora di deliri sintetici e kraftwerkiani. Le produzioni si articolano collegandosi tra di loro, creando un viaggio sonoro variegato attraverso la mescolanza di melodie 80s e ritmiche downtempo che si alternano a drum machines più frenetiche. Inoltre, troviamo varie tracce con featuring molto interessanti. Give me your Ghosts è una di queste, nella quale compare il cantante americano Jens Kuross, che ci trasporta in un atmosfera psych-soul alla Jordan Rakei. Insomma, “Dream House” è senza dubbio il miglior album finora firmato dagli Ame. Benvenuti nella casa del sogno.