Eccoci con un nuovo appuntamento di “Musica Aumentata”, la nostra rubrica che partendo da una canzone distende su queste pagine un raccontino. Nulla di pretenzioso, s’intende. Ci piacerebbe vedervi con i piedi a penzoloni su qualche muretto e osservarvi di nascosto mentre muovete le dita per scorrere questa paginetta. Tutto qui.

Bene, questa volta andiamo all’estero e precisamente oltremanica. Kamaal Williams è un musicista e produttore di Londra, noto nella scena elettronica col nome di Henry Wu. Ha realizzato due dischi, “Black Focus” e “The Return”, facendosi notare per uno stile che mischia jazz, funk, hip hop e svariate altre influenze. Il brano che vi proponiamo è la title track del suo ultimo lavoro, un brano breve e d’atmosfera: vi invitiamo ad ascoltarlo, perdendovi nelle suggestioni che note e parole creeranno per voi.

 

Riflessi di noir

Le luci della città si riflettono nella pozzanghera ai suoi piedi. L’insegna del bar fluttua nelle increspature disegnate dalla pioggia, donando intermittenti sfumature rosa e blu all’ovale giallo del lampione sotto cui si trova.
La sigaretta accesa è un puntino rosso in quel quadro distorto. Quando la getta, quella fiamma crea scompiglio, cerchi concentrici si chiudono lentamente sopra la brace ormai morta e il vermiglio del rossetto.
La stessa sequenza, ripetuta. Rosa, blu, giallo. Rosa, blu, giallo.
Lei resta in attesa, immobile.
Un tremolio s’insinua nel disegno. Le luci iniziano a vibrare, confondersi. Dopo un ultimo sommovimento tutto torna calmo, ma un’ombra nuova si allunga al bordo dello specchio d’acqua.
Lentamente una linea oscura si tende verso la donna. Resta così per qualche attimo, tremolante, poi si ritira di scatto.
Una scarpa sconquassa l’armonia, un’altra cerca di spezzarla. Sinusoidi impazzite vibrano ampie, poi sempre meno, sempre meno.
Tutto fluttua, nuovamente. La pioggia batte, crea distorsioni più frequenti.
Rosa, blu, giallo. Rosa, blu, giallo.
Piccole strisce di carta cominciano ad adagiarsi sulla superficie dell’acqua. Il loro candore dura giusto il tempo d’un sospiro, poi l’acqua li inghiotte. Nel breve tragitto verso il fondo ingrigiscono, come neve vecchia lungo i bordi delle strade.
«Promettimi», si legge su di una. «Non devono sapere», altre parole presto inghiottite.
Quando l’ultima striscia si poggia, un chiarore si aggiunge alla luminosità consueta. Un breve istante e già è scomparso, sostituito da un nuovo puntino rosso.
Brilla una volta, ardente, poi scompare. Lievi vibrazioni percorrono la pozzanghera, sempre più lente, fino a smettere.
Ora c’è solo la solita sequenza. Si ripete più volte, scandisce il tempo che passa in maniera ipnotica. Quando un’altra vibrazione crea scosse, si fa fatica ad accorgersene, ma presto è troppo intensa per ignorarla.
Una mano si tuffa nello specchio d’acqua. Dal fondo trae le ormai sgualcite strisce di carta, solo brevi istanti d’aria e tornano subito ad inabissarsi. Poi, prima che possa tornare la calma, due scarpe tornano a creare sconquassi.
Il maremoto si placa lentamente, le vibrazioni si annullano. Il rosa, il blu e il giallo tornano protagonisti.
Le luci della città si riflettono ora immote nella pozzanghera. Ha smesso di piovere, nulla più increspa la superficie.
Poco lontano, quasi che il movimento si sia trasmesso altrove, è iniziato l’inseguimento.

Stefano Ficagna