Mac DeMarco non è solo un ragazzo di 29 anni con la passione per la musica, ma è anche e soprattutto uno degli artisti più dotati di questa generazione. In meno di un decennio, con i suoi quattro album, è stato infatti in grado di inventare una via personale al soft-rock. Una via originale, non succube dei grandi del passato, né della malinconia contagiosa di un Nick Drake, né del romanticismo pacato di un James Taylor. Musicista duttile e dotato, ma anche personaggio dall’animo scisso fra una profondità estrema e un carattere buffo e irriverente, con “Here Comes the Cowboy” il giovane canadese riesce nell’impresa di rendere il proprio lavoro il più eterogeneo possibile, andando a scavare in ogni meandro della propria spiccata originalità.

In Heart to Heart e On the Square ritroviamo il piano liquido protagonista del precedente “This Old Dog”, le ormai classiche ballad per chitarra acustica Nobody, Finally Alone e Preoccupied, gli acquerelli dadaisti della title track, di Hey Cowgirl e Choo Choo, l’ironia di Little Dogs March, l’intimità soffusa di Skyless Moon. K  è una delle più belle canzoni d’amore indie del millennio (forse a pari merito con la pur diversissima Nothing’s Gonna Hurt You Baby dei Cigarettes After Sex), un inno sui generis dedicato all’amore ripetitivo e a tratti noioso di tutti i giorni, non all’innamoramento ma alla relazione di coppia. L’altrettanto stupenda All of Our Yesterdays è una ballata dolce e positiva che guarda al passato senza rimpiangerlo, con un sorriso. Stupisce infine la conclusiva Baby Bye Bye, quasi ballabile e con un outro in cui il polistrumentista (perchè sì, anche in questo lavoro, Mac suona tutto da solo) si trasforma in un alter ego giocoso e orgasmico del miglior Lenny Kravitz funky.

Andrea Manenti