Quando parte la chiamata a Matt Costa dal mio cellulare, una giornata autunnale italiana sta finendo mentre una californiana sta per iniziare. Trovo quindi il cantautore statunitense così, in procinto di vedere e accogliere quel che verrà da un giorno “normale”, che, data la congiuntura mondiale in cui ci troviamo, poi tanto normale non è. 

E proprio nella situazione pandemica globale degli ultimi mesi ha visto la luce Yellow Coat”, il sesto album in studio dell’artista originario di Huntington Beach, uscito l’11 settembre 2020 per Dangerbird Records/Audioglobe (potete leggere qui la nostra recensione).

matt costa interview

 

Il percorso musicale di Matt Costa inizia nel 2003, a 21 anni, che dalle sue parti è l’età simbolo del passaggio alla fase adulta della vita. Quando glielo ricordo, chiacchierando della capacità di continuare nel tempo a trovare argomenti per la propria arte, Matt ci scherza su, come se fosse un vecchio saggio che torna col pensiero alle memorie dei bei tempi andati:

Eh sì, è davvero un sacco di tempo!

Salvo poi tornare serio e raccontarmi come l’ispirazione per il suo lavoro, ma in generale per quello che reputa essere il fulcro del lavoro di artista, stia, a suo parere, nella realtà della vita quotidiana. O meglio, nel cogliere e vivere ciò che ogni giorno porta con sé, e che filtrato dalla personalità e sensibilità artistiche si traduce nell’opera finale. Del resto quest’ultima fatica è proprio il simbolo supremo di tale pensiero, trattandosi infatti di un disco totalmente autobiografico:

Questo disco è il prodotto della riflessione del mio “Io” attuale rispetto alla crescita emotiva che ha avuto negli ultimi 10 anni.

Ed è nell’incontro perfetto tra le due dimensioni che sembra nascere la magia. Nessun evento speciale o illuminazione dall’alto, gli elementi del racconto stanno già all’interno di ciò di cui facciamo esperienza tutti i giorni, per passare ad un livello superiore una volta attraversate la visione del momento, la testa e le parole di chi sceglie di narrarlo:

Puoi mettere le stesse persone, allo stesso tavolo, di fronte allo stesso pasto ogni giorno. Ma le conversazioni sarebbero diverse, per me questo è simile a ciò che avviene con una canzone. “Nuovo giorno, nuova prospettiva.” Ascolto il mio strumento e sento cose nuove ogni giorno.

Per esprimere ancora meglio questo concetto Matt Costa fa riferimento a due pietre miliari della letteratura statunitense:

Io penso ad esempio che se scrittori come J.D. Salinger o Hemingway avessero vissuto per due volte la stessa identica giornata e al termine l’avessero descritta avrebbero dato vita comunque a due racconti completamente differenti.



matt costa yellow coat

 

Agli Stati Uniti, alla sua terra e alle sue radici, Matt non nasconde di essere legato anche in senso più ampio e generale:

Sono cresciuto nel sud della California. Per alcune persone le mie canzoni sono in grado di portarle con il pensiero qui o in qualunque versione della California ci sia nella loro mente. Per me rappresentano più una fuga, ma nonostante ciò, ogni volta che guardo fuori dalla finestra della mia casa di Laguna Beach o guido lungo la costa della California sento che il paesaggio fa intrinsecamente parte della mia musica.

Pensando poi alla sua professione, ammette anche di provare affetto per quella che è stata la culla di tantissimi generi che costituiscono le fondamenta della musica per come la conosciamo oggi:

Siamo il luogo in cui è nato il rock’n’roll!

Questo scambio si intreccia a una più generale riflessione su come il passato e la tradizione entrino a far parte del lavoro di Matt e in particolare di come quest’ultimo disco suoni retrò, profuso di una sorta di eleganza d’altri tempi, pur conservando un carattere contemporaneo. 

Il racconto del musicista si focalizza su quanto fascino eserciti il passato su di lui, di quanto permei i suoi ascolti ed infine incida sulla sua creazione. Il pensiero più forte va al folk, genere di riferimento nella musica di Matt. Ma non solo. Questa passione tocca anche un genere “fondativo” come il jazz. Costa mi parla di quanto abbia ascoltato autori seminali, primo fra tutti George Gershwin, anche nel periodo di realizzazione dell’album, e di quanto apprezzi ad esempio la sua componente swing. Gli anni ‘60 tuttavia la fanno da padrone, tra le sue influenze.

 

 

Gli spiego quindi che ho trovato molto interessante come nel disco sia andato a toccare le differenti sfumature di suono che hanno caratterizzato quell’epoca. A questo punto Matt trova il modo di sorprendermi portando il discorso a una più ampia lettura di  ciò che culturalmente è stato quel decennio, in particolar modo pensando all’America e ancora più nello specifico alla “sua” California. Mi si apre qui un mondo di catarsi collettiva che non avevo considerato in maniera così forte per questo disco, ma che invece Matt mi mostra in tutta la sua purezza:

Yellow Coat è pieno di suoni romantici. Ho arrangiato di proposito molte parti di archi per questo: per evocare quella sensazione nelle canzoni. Sono un mantra di autoguarigione.

Andando oltre l‘introspezione, il portato affettivo che permea “Yellow Coat” vuole raggiungere una dimensione anche in qualche modo sociale, un auspicio di unione, accettazione e infine, amore, come sentimento che possa pervadere tutti noi come esseri umani in primis, nella relazione gli uni con gli altri, in uno stato di comunione che va oltre la propria singolarità:

La pubblicazione di questi brani e questi suoni non è stato solo un naturale sfogo creativo, ma c’era la speranza che potessero ispirare un qualche cambiamento positivo negli altri.

L’espressione principale di questa volontà all’interno del disco è il brano Let Love Heal, che il suo autore mi cita per enfatizzare questo messaggio nel suo senso più ampio e alto di richiamo pubblico all’Amore. 

E proprio con il riferimento alle parole della traccia n.4 del disco si conclude la nostra conversazione. Quando chiedo a Matt di lasciarci con un messaggio per chi leggerà questo pezzo, dato anche il momento storico che stiamo vivendo, lui lo fa citando sé stesso e ammettendo che se dovesse dire qualcosa a qualcuno in questo istante altro non sarebbe che: 

Lascia che l’amore sia la cura

Semi-ammutolita da questo augurio misto a sprone, lo lascio così alla sua giornata, pensando a quale speciale normalità sarebbe potuta accadere in grado di ispirarlo per i suoi futuri lavori, felice, in qualsiasi caso, di aver avuto l’occasione di farne parte un pezzettino anche io.

A cura di Daniela Raffaldi