Aspettative un po’ deluse per questo ritorno degli Happyness. E forse perché queste, o almeno le mie, c’erano eccome. Al terzo album in studio, stavolta senza il co-fondatore Benji Compston, ci sono Jon EE Allan e Ash Kenazi, quest’ultimo ormai assunta a tutti gli effetti la livrea di una drag queen: una mossa acchiappa-attenzione, niente da dire.

“Floatr” gioca su fresche melodie primaverili a bpm ridotti, che strizzano l’occhio ai 90’s ma anche al cantautorato d’antan (nella tattile e delicata When I’m Far Away (from you) o in Undone, ma anche con gli echi di Cat Stevens nell’arioso ritornello di Milk Float ), zuccherine al punto giusto e con quei sapori lo-fi che le rendono personali e sincere (provare per credere la più intraprendente Vegetable).

Flirtano quindi (e ancora) con pattern e schitarrate da alt-rock d’oltreoceano (Anvil Bitch, Ouch(yup), Seeing Eye Dog) e modellano tutto intorno al carezzevole cantato di Allan con buona resa. Come ci avevano abituato, del resto, e l’album finisce per essere quindi di facile “beva”: ma i guizzi e le impennate paiono ridotte al minimo, e con loro i momenti degni di sicura futura memoria. Con il rischio che questo “Floatr” finisca nel dimenticatoio sin troppo presto, per gente che invece saprebbe maneggiare la materia davvero con cura. O ancor peggio di esser ricordato solo per la mise di Kenazi.

Anban