Una tempesta cromatica di luci, questo lavoro: i Flamingods hanno messo a punto una miscela composita e organica di suoni dai colori vivaci, luminescenti, a formare infine una specie di grande, magniloquente tavolozza. Seguendo ognuna delle direzioni indicateci, “Levitation” non fa che spingere sempre più in là gli steccati di genere: tutto qui consuma, esaurisce e disperde il proprio specifico. Funk psichedelico e jazz se la intendono di gusto con il rock lisergico di qualche decennio addietro.

La cornice è quella del ballo e al contempo il contenitore che tutto ingloba, manifestando la vera natura del disco. Sono diverse le gemme dell’itinerario complessivo tracciato dalla band. Ogni tappa sancisce l’affermazione perentoria di una conquista relativa: è un continuo saliscendi, grazie all’utilizzo di strumenti di ogni parte del mondo, che testimonia una volta di più la rincorsa a mescolare le carte in tavola.

Il disco include angoli nascosti e in certi casi sbanda verso acidissime traiettorie cieche, che alla ricerca aggiungono scoperta e vertigini. La sinfonia tuttavia non giunge mai a conclusione. Lavora per addizione, accumula e accumula, febbrilmente, laddove anche contenute aperture non sono che imminenti accensioni. Troviamo pure brusche deviazioni: Koray e Pesches sono canzoni che nei mesi più afosi sanno come mettere a sistema ogni voglia di party. E poi quelle urla fragorose non lasciano scampo: accettare o rifiutare di dimenare il proprio senso critico, sospendere o piuttosto incalzare noi stessi, la conforme più che mediocre immagine che restituiamo al prossimo.

La voce solista indugia, come se stesse dedicando il proprio potere evocativo a chi ancora non ha pensato ad altri mondi, a mondi totalmente privi di vincoli, di restrizioni. Tutte le volte che ci troviamo di fronte un simile impasto musicale è sempre alla pancia che dobbiamo dare ascolto. Ma noi abbiamo fatto di più. Abbiamo ascoltato queste tracce per sentire se è vivo il nostro cuore e lo abbiamo trovato parecchio algido, ma inquieto. Di “Levitation” salviamo questo: che magari tutta questa inquietudine non torni utile per ascolti successivi?

Alberto Scuderi

 

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