Fioramante, nome d’arte di Marco Alfano, è un cantautore classe ’89 originario di Tradate (Varese). Dopo diverse esperienze con alcune band, attratto dalla possibilità che le nuove tecnologie danno per autoprodursi, nel 2017 scrive il suo album d’esordio intitolato “Ogni cosa è lì, esattamente dove deve stare”. Questo lavoro attira l’attenzione dell’etichetta Grifo Dischi, per la quale il cantautore ha da poco pubblicato “Pulp”, il suo secondo disco.

 

 

Intervista a cura di Alessandro Benedetti

 

Prima di essere Fioramante ti facevi chiamare Taffilus. Perché hai scelto Fioramante come nuovo nome?

Fioramante è il nome che mi diede mio nonno. Mio nonno era un burattinaio di pupi siciliani, faceva il puparo a tempo perso, era un artista mancato anche lui. Conosceva tantissime storie. Una di queste, intitolata appunto “Fioramante di Zieri”, ha ispirato il mio nome d’arte. Il “battesimo” avvenne quando lui compì 70 anni, mentre io avevo appena un anno. Mise tutti noi nipoti in fila indiana (eravamo in 17, perché la mia è una famiglia terrona, quindi siamo in tantissimi) e ci ribattezzò con il bastone. Aveva il vocione: «Io ti ribattezzo…». Poi ci diede 10mila lire firmate e ci mandò via. Tre o quattro anni fa è morto, e quando ho deciso di cambiare nome mi sono dato Fioramante.

Quindi in suo onore?

Sì, in suo onore e anche per il fatto che era un periodo di cambiamento per me. Avevo appena superato una depressione totale, che si sente nel disco di Taffilus, e quindi ho voluto inaugurare un nuovo progetto con un altro nome. Anzi, ho pensato: «Come ha fatto a non venirmi in mente prima?». Doveva morire mio nonno per farmelo venire in mente? Penso sia un nome bellissimo.

Hai origini siciliane, ma vivi a Como. Come riesci a conciliare le tradizioni dell’estremo Sud con quelle dell’estremo Nord?

Beh, io in realtà sono nato qui, al Nord, ma mia mamma è siciliana e quando ero piccolo ho trascorso tutte le estati al Sud. Mi facevo luglio e agosto in Sicilia tutti gli anni, quindi un po’ di cultura siciliana l’ho acquisita. Anche gli insegnamenti di mia madre derivano da quella cultura. Le morali, i valori, sono quelli siciliani. Potrei dire che la mescolanza è intrinseca, sanguigna. Non ho fatto fatica, sono nato con le due culture già mischiate tra loro.

Sei un ragazzo di provincia, come vivi questa condizione?

Sì, vivo in una zona in cui si incontrano tre province: Milano, Varese e Como. Abito a Saronno, dove ho un negozio, ma sono cresciuto a Guanzate, un paese in provincia di Como che si trova a una decina di chilometri da qui. Ma faccio fatica a dire che sono della provincia di Como, perché Como non la conosco così bene, e così neanche Varese e Milano. Però tutte e tre fanno parte del mio essere, soprattutto Milano e Como. Il modo migliore per definirmi geograficamente è “saronnese”.

 

 

Nel tuo disco precedente dicevi che “ogni cosa è lì dove deve stare”. Adesso è tutto ancora al suo posto o senti che la tua musica sia in divenire e si stiano un po’ rimescolando le carte?

La teoria dell’“ogni cosa è lì dove deve stare” è più forte di noi. Esiste una specie di forza cosmica o qualcosa che noi non possiamo comprendere che porta tutte le cose a stare nel posto in cui devono stare. Il disco nuovo è il risultato di una serie di eventi che ha portato tutto quanto a essere dove doveva essere. Potrebbe essere un fallimento oppure un successo, ma è comunque quello che doveva essere, perché io mi sono lasciato trasportare da questa forza cosmica. Se cercassi di applicare una forza contraria, potrebbero arrivare soltanto cose brutte, cose sbagliate, non vere.

A proposito, direi che comunque “Pulp”, il tuo nuovo disco, è stato un successo perché ti sta rilanciando nell’ambiente indie. Qual è il filo conduttore, anche a livello di influenze musicali, che ti ha portato a questo prodotto? Anzi, a questa opera.

Grazie! Il fatto è che le influenze musicali sono talmente tante… Ogni giorno ascolto sia le cose che ho sempre ascoltato, sia qualcosa di nuovo. Vado dagli anni 60-70-80, movimenti artistici che sono quasi dimenticati, fino a quello che si sente oggi. Sono molto influenzato anche da quello che non mi piace. A volte, per esempio, ascolto anche la trap. Ho ascoltato tanto il nuovo disco di Achille Lauro, che con me non c’entra proprio niente. Quindi sì, potrei dire di essere influenzato più dagli artisti che non mi piacciono rispetto ad artisti che invece amo, come alcuni gruppi immortali, tipo Led Zeppelin, Nirvana, Red Hot Chilli Peppers, ma anche Lucio Battisti. C’è un casino di roba nella mia testa ed è difficile identificare qualche gruppo a cui mi sono ispirato principalmente. Non so come rispondere in maniera semplice. Quello che ho deciso di fare, forse, era qualcosa che ancora non si era sentito, che mi stimolava. Sentivo che poteva essere una nuova tendenza. Mi andava di prendere quei suoni lì, sono andato a ripescare i Depeche Mode e ci ho aggiunto le chitarre, qualcosa di John Frusciante, e poi l’ho mischiato al cantautorato italiano.

Nel tuo singolo Monolocale (di cui avevamo già parlato qui) raccontavi di un trasloco. Come è stato il tuo “trasloco artistico” dal tuo primo progetto (Taffilus) a quello attuale? Come ti senti cambiato a livello musicale e come pensi che cambierai? Credo che tu non abbia ancora raggiunto il punto di non ritorno.

Penso che cambierò quasi totalmente in ogni album. Se mi andrà, andrò a riascoltarmi i suoni e le atmosfere di “Ogni cosa è esattamente lì dove deve stare”, ma non rifarò mai una cosa simile, come non rifarò mai una cosa simile a “Pulp”. Non vedo l’ora di assistere a quello che mi succederà, quali strumenti vorrò usare in futuro, quali suoni. Negli anni ho suonato la batteria con un gruppo, il basso con un altro gruppo e la chitarra con un altro ancora. Anche se non sono una cima in nessuno di questi strumenti, mi diverto a suonarli tutti da solo e a mischiarli. Traslocare sempre!

Ultima domanda. Qual è il pezzo di “Pulp” a cui sei più affezionato? Quello che rappresenta qualcosa che magari tutti non colgono, ma a cui tu sei più legato.

Il pezzo che rappresenta di più l’album potrebbe essere Gang Bang, perché è quello da cui sono partito. L’idea di confusione sociale, sentimentale e personale: è da qui che parte “Pulp”. Si parla anche di violenza, dello schifo in cui le persone si trovano, della confusione tra le filastrocche infantili e il porno, di situazioni a cui non vorrei appartenere ma alle quali appartengo. Cerco di non entrarci, ma alla fine ci entro. E in tutto questo provo grande disagio. Inoltre in tutto il disco è ripreso più volte un argomento che potrebbe sembrare maschilista ma non lo è, ovvero la debolezza del maschio. Le donne hanno combattuto giustamente per la parità dei sessi e anche se a livello politico e lavorativo non l’hanno ancora ottenuta, a livello sentimentale l’hanno superata. Adesso sono gli uomini a essere deboli, a sentirsi male, a soffrire per le donne. Per questo molti artisti e molti film parlano di uomini che soffrono perché una donna li ha lasciati o perché hanno una relazione con tanti disagi. Per noi è un casino, invece loro hanno preso totalmente il potere su questo. Dildo racconta molto bene questa cosa, in modo metaforico, dal punto di vista di un dildo nel cassetto. In Willie Wonka racconto la paura di perdere una ragazza. La conosco, facciamo l’amore, ci amiamo, però sto già pensando a quando non mi attrarrà più, a quando non mi piacerà più, a quando a lei piacerà un altro. Il pezzo racconta questa paura, tipo “dimmelo subito e me ne vado, perché non voglio subire tutto quello che viene nel mentre”.