La lucertola è l’animale che, pur cambiando pelle, rimane sempre uguale a se stesso. La lucertola è anche la perfetta metafora di Ettore Giuradei. Quindici anni di carriera, per il cantautore bresciano, che con questo ultimo lavoro sembra rileggere dentro di sé con la scusa di rendere nuovamente proprie alcune perle del suo repertorio.

“Lucertola” contiene infatti quattro inediti, ma anche ben cinque canzoni del passato di Ettore, una per ogni album. Un attimo prima di dormire, dall’esordio “Panciastorie” del 2005, e Prendimi in un mazzo di fiorellini, da “Era che così” del 2008, chiariscono che persino il lato più giocoso e tradizionalmente legato al cantautorato italiano degli inizi è ormai lasciato alle spalle a favore di una produzione più scarna, a tratti onirica e a tratti spettrale.

Stupisce Strega (da “La Repubblica del sole” del 2010), resa lieve e stratificata in un sound che sembra far vivere veramente nell’ascoltatore l’immagine di una donna fatale, strega o Cleopatra che sia. La sconosciuta (da “Giuradei” del 2013) ha una chitarra riverberata che riporta alla mente il suono di Neil Young nella colonna sonora di “Dead Man”, film cult del 1995, mentre Canzone dell’addio altro non è se non la scarnificazione di Ballata 1 dal super progetto Dunk, che tutti abbiamo imparato ad amare lo scorso anno.

Gli inediti sviluppano lo stesso concetto. Ferire il cuore è dura, dall’animo dark, mentre Come stai è leggera e vaporosa, ma entrambe vivono di poche note posizionate al posto giusto. 7 astri, il primo singolo, è epica, evocativa e poetica (da brividi il verso “amarsi, condividere l’inferno, è una sorta di paradiso”), infine la title track è il manifesto dell’opera: “la forma ideale, l’immagine che conta cambia ma rimane sempre uguale”. A fine album si sente la voce timida di Ettore dire: «Per me è bella così, non so voi…». Sì Ettore, questo nuovo corso è bello anche per noi.

Andrea Manenti