Dopo aver fatto piangere mezzo internet con Punisher e aver collezionato nomination ai GRAMMY come fossero figurine, Phoebe Bridgers torna con Lost Weekend. E no, non sembra avere alcuna intenzione di diventare più solare.
Se Stranger in the Alps aveva presentato una cantautrice incredibilmente matura e Punisher aveva trasformato quel talento in uno dei dischi più acclamati degli ultimi anni, Lost Weekend alza ulteriormente l’asticella. Bridgers scrive con una sicurezza ormai disarmante, torna sui fantasmi che popolano da sempre le sue canzoni ma riesce comunque a trovare nuove strade, evitando il rischio dell’autocitazione. Il risultato è un album che conferma una cosa: nel suo mondo malinconico c’è ancora parecchio spazio per sorprendere.
Nel frattempo, la cantante non è certo rimasta con le mani in mano. Con boygenius — il supergruppo condiviso con Lucy Dacus e Julien Baker — ha conquistato una pioggia di GRAMMY grazie a the record (2023), portandosi a casa premi come Best Alternative Music Album, Best Rock Song e Best Rock Performance per Not Strong Enough. Come se non bastasse, è stata anche l’artista più premiata della serata grazie a Ghost in the Machine, la collaborazione con SZA che ha vinto il GRAMMY per Best Pop Duo/Group Performance.
Negli ultimi anni Bridgers è passata dai palazzetti sold out del suo Reunion Tour ai giganteschi stadi dell’Eras Tour di Taylor Swift, dove ha aperto numerose date. In mezzo ci sono stati tre tour sold out in Nord America, trenta concerti europei e tappe in Sud America, Asia e Australia. E se non l’avete vista dal vivo, probabilmente vi è comparsa sullo schermo: tra Tiny Desk Concert di NPR, Saturday Night Live e una quantità quasi imbarazzante di collaborazioni con artisti come Paul McCartney, MUNA, Bright Eyes, The 1975, Lorde, Taylor Swift e The National, Phoebe Bridgers è riuscita a essere praticamente ovunque. Anche quando sembrava sparita.

memorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica di Pavia e il Babylonia di Ponderano.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
