Milano, 25 marzo 2026

Fuori c’è il temporale. Dettaglio meteorologico insignificante, direte voi, se non fosse che si tratta del primo della stagione. E che un significato metaforico, questo temporale, potrebbe pure averlo. Perché anche nella sala del Bellezza, nonostante il caldo, si respira aria di tempesta.

Sono le 21.30 e gli Sprints si preparano a invadere il palco. Prima volta a Milano, unica data italiana, mi pare. Comunque c’è parecchia attesa. Un sold out importante ed eterogeneo. Lo si nota dalle facce e dall’abbigliamento: punk, post-punk, indie-rock e riot grrrl sono i quattro punti cardinali della serata. In un angolo c’è pure un bambino. Sta in piedi accanto a un signore, immagino sia suo padre.

Metto le mani avanti. Sono un vecchio intransigente, e in quanto tale preferisco il primo disco. Sempre e comunque. Scherzo eh, ma neanche troppo. Il secondo album e soprattutto gli ultimi singoli, più storti e ambiziosi, giocano molto a inseguire le nuove mode del post-punk britannico. Un po’ troppo Idles, per intenderci. Ma sono pronto a ricredermi.

Bando alle ciance, Karla Chubb si presenta on stage in una nuvola di fumo. Ha un vestito nero, camicia azzurrina, occhiali fumé e un ventilatore sparato in faccia. Con lei ci sono i tre sodali, ovvero basso, batteria e chitarra solista (non chiedetemi i nomi, tanto non vi interessano). E neanche a farlo apposta, i primi tre brani (Descartes, Feast e Beg) sono in assoluto quelli che si avvicinano di più alla band di Joe Talbot. Che dire, mi ricredo? Sì dai, mi ricredo, l’effetto è molto buono. Energia e potenza non mancano. Ma so che il meglio deve ancora arrivare.

D’altronde pare che anche gli altri in sala la pensino come me. C’è uno strano immobilismo, quasi il timore di fare troppo casino. Della famosa tempesta, in questo primo scampolo di concerto, si sente ancora soltanto l’aria. Poi un lampo. Karla aizza la folla, si sbraccia, e nella seconda parte di Shadow of a Doubt (primo disco, sarà un caso?) sotto il palco si scatena una baraonda festosa. Di qui in poi si andrà avanti così, belli gasati, con picchi massimi di seratonina toccati nella doppietta composta da Heavy e l’ingiocabile Cathedral.

Mentre verifico che il bambino nell’angolo sia ancora tutto intero (sì, lo è), faccio un paio di considerazioni banali, ma necessarie. La prima. Karla è una leader formidabile, tiene il palco benissimo. Anzi, se solo potesse, lo solleverebbe con un paio di riff ben assestati. Per stare in tema di girl power, la piazzerei sul podio insieme ad Amyl Taylor (numero uno indiscussa) e Phoebe Lunny delle Lambrini Girls. Ormai lo fanno in tanti, ma organizzare un doveroso circle pit, scorrazzare in platea con il microfono e surfare sul pubblico come se fossimo a Waikiki, sono attività che richiedono una certa dose di rock’n’roll nello stomaco.

La seconda riguarda la perizia tecnica. Io non so quanti anni abbiano esattamente gli Sprints, ma insomma, mi paiono giovani. Eppure, nonostante si stia parlando di punk e non degli studi trascendentali di Franz Liszt, questi ragazzi suonano con una sicurezza da veterani. Si segnala in particolare il chitarrista solista (un attimo, ora ve lo dico: si chiama Zac Stephenson), che nell’arco dell’intero live gioca una partita a sé impreziosendo il sound grezzo con effetti quasi shoegaze.

Pensa pensa, e il concerto scorre via liscio che è una meraviglia. Oddio, liscio. Pieces e soprattutto Need sono proiettili che tagliano l’aria e si conficcano sulla parete in fondo al locale, a un passo dal merch. Poi è la volta di una cover, Deceptacon, un classico di Le Tigre di Kathleen Hanna, e scatta il sing along.

Un altro onore al merito: niente encore, niente teatrino dentro e fuori dal palco. Bene così. Spazio invece a un lungo intervento a braccio (forse), sulle note reiterate di Desire. Un intervento politico, si direbbe, sulla forza della musica, in sostegno alle minoranze. Ed è bello e importante che sia così, soprattutto in luoghi come l’Arci Bellezza. La carica emotiva sale e il pezzo esplode.

Tutto si chiude con Little Fix. Uno spettatore capelluto viene invitato a suonare la chitarra con la band. Il ragazzo coglie la palla al balzo, impara al volo i tre accordi del brano e si scatena come non mai. Il suo entusiasmo è contagioso, è il miglior finale possibile.

Poi gli Sprints salutano, la tempesta è finita. Anche fuori ha smesso di piovere, manco a dirlo. Ma resta un ultimo nodo da sciogliere. Che fine ha fatto il bambino? Non si vede. Spero sia con suo padre sulla strada del ritorno. Spero sia stato il suo primo, memorabile concerto.

Paolo