Il deserto del Sahara e la zona industriale di Sesto San Giovanni hanno ben poco in comune, eppure per una sera questi due angoli di mondo si sono ritrovati faccia a faccia. I Tinariwen suonano un affascinante concentrato di assouf (lo stile chitarristico dei Tuareg), musica berbera, le varie declinazioni pop della musica classica marocchina, algerina ed egiziana, blues e rock dal sapore desertico con testi in lingua Tamashek e qualche incursione nel francese. Fondata come collettivo di musicisti alla fine degli anni ’70 da Ibrahim Ag Alhabib, maliano esule in Algeria, la vicenda della band si intreccia alle lotte dei ribelli Tuareg in Libia a metà anni ’80 e in Mali pochi anni dopo, per poi arrivare a dedicarsi interamente alla musica con la registrazione di una prima cassetta nel 1992. La fama arriva intorno al 2001 grazie all’interesse di festival africani ed europei, per poi passare velocemente a calcare i palchi più importanti del mondo, da Glastonbury al Coachella, e anche a vincere un Grammy come miglior album di world music nel 2012.

La loro formazione ruota continuamente, in perfetta sintonia con la vita nomade dei Tuareg: stasera sul palco sono cinque, come sempre vestiti in abiti tradizionali, il volto coperto e le lunghe vesti sui toni ocra e blu. A guidare l’ensemble c’è Abdallah Ag Alhousseyni, attuale leader del collettivo dopo che il fondatore Ibrahim ha deciso di prendere una pausa per ragioni personali.
Il loro suono, dal vivo ancora più che su disco, è qualcosa di primordiale e profondamente raffinato al tempo stesso, un rock desertico caldo e avvolgente, col ritmo sostenuto da djembé e tindé, il basso pulsante, le chitarre elettriche e acustiche intrecciate in riff ipnotici, le voci che si alternano in un continuo call and response. Pare blues eppure non è blues, si percepiscono le radici comuni ma anche un approccio diverso, intrinsecamente africano, spesso estraneo alle nostre orecchie eppure familiare. I musicisti si alternano con naturalezza tra gli strumenti mentre il pubblico segue attento e qualcuno si lancia in mosse di ballo cercando di seguire quelle di Alhassane Ag Touhami, veterano della band e anima danzereccia della serata. C’è spazio anche per un paio di brani al confine di funky e hip-hop, e una parentesi tutta per Abdallah, solo sul palco con una chitarra acustica inzuppata di riverbero che ricorda certa musica pop del nordafrica.

Un’intensa e incantevole ora e mezza di concerto, poi merci beaucoup e ci salutiamo qui, continuando a sentire sulla faccia il vento caldo e intriso di sabbia del deserto, anche in questa fresca serata di fine luglio alle porte di Milano.

a cura di Daniele Piccoli