Ci sono band che possono permettersi di fare ciò che vogliono. I Dream Syndicate sono sicuramente una di queste. Un diritto conquistato grazie alla loro storia. Nati in California nel 1981, grazie ai primi due album “The Days of Wine and Roses” e “Medicine Show” danno vita al Paisley Underground, un sotto-movimento musicale del genere psichedelico. La band continua il suo percorso fino al 1989, per poi lasciare al leader Steve Wynn un ventennio di sperimentazioni soliste legate soprattutto al mondo della canzone e a quello della poesia.

Un po’ inaspettatamente nel 2012 il gruppo risorge, e ancora più inaspettatamente lo fa con un vigore incredibile: “How Did I Find Myself Here?”, uscito dopo un lungo parto nel 2017, è infatti un lavoro all’altezza delle origini del progetto. Non è però finita qui, è dell’anno scorso lo splendido “These Times”, all’interno del quale le canzoni si fondono a sonorità lisergiche come forse mai prima.

Eccoci quindi arrivati al 2020. “The Universe Inside”, settimo album di una grande carriera e terzo dalla reunion, si permette per la prima volta di lasciare via libera agli spunti più sperimentali del quartetto losangelino. Cinque brani per un’ora circa di musica. Un’ora di viaggio in se stessi, che percorrere le strade sterminate di un deserto magicamente in fiore.

Solo in due episodi ci si avvicina, sebbene lontanamente, alla forma canzone: The Longing e la conclusiva Slowest Rendition. Per il resto ci si trova di fronte a un mix totale fra rock e jazz (spesso nella sua accezione più free), psichedelia e garage sound, melodie accennate e spoken words.

Mai invece ci si addentra nel territorio ostico del feedback e ciò rende più rilassante l’ascolto. Questo vale persino per un brano come l’opener Regulator, che con i suoi venti minuti e ventisette secondi di durata si ritaglia un posto nella storia della musica come uno dei singoli più lunghi mai estratti da un album, un sonoro ma intelligente schiaffo all’industria musicale.

Andrea Manenti