Live Report

A cura di Paolo Ferrari

 

Milano, 22 ottobre 2017

Questo pavimento è duro e polveroso. Mateco rossastro, se non ricordo male. Al Serraglio è sempre buio, non ho mai fatto caso al colore. Eppure l’ho calpestato decine di volte. Ma mai, e dico mai, con le mani. Questa sera, invece, sono seduto a terra come nel più classico dei falò di fine estate. Uso il culo come base e le braccia a mo’ di tiranti, tipo ponte di Calatrava. Solo che fuori non è estate, ma autunno, e davanti a me non c’è un chitarrista improvvisato. Davanti a me c’è Stu Larsen in persona, pronto a raccontare le sue storie semplici e garbate, libere e luminose.

La sala è piena. Tutti seduti. L’unico in piedi è il barista dietro al bancone. Il cantautore australiano è solo, nessuna band ad accompagnarlo. Impresa complicata, se non sei un fuoriclasse. Ma Stu Larsen lo è. I suoi ultimi due dischi, “Vagabond” e “Resolute”, usciti nel giro di tre anni, sono lì a dimostrarlo. A lui non resta che suonarli ad occhi chiusi. A me basta restare nella stessa posizione, come se fossi disteso su un prato del Queensland.

L’introduzione è affidata a un paio di vecchi brani. Poi i capelli di Stu, schiacciati sotto un cappello nero a tesa larga, iniziano a fare le bizze oscillando tra il naso e la barbetta mal curata. È il segno che il concerto può prendere quota. Si può iniziare a volareI will be happy and hopefully you will be too, a dispetto della lunghezza del titolo, difficile da ricordare, è un bozzetto d’amore tenero e diretto, di quelli che si appiccicano in testa al primo ascolto.

Chissà se sarà piaciuta anche al tipo seduto al mio fianco. É uno dei pochi che può godere di una sedia al centro della sala. Ha lo smartphone in mano e la mente altrove. Mi chiedo come sia possibile distogliere lo sguardo dal palco, anche solo per un attimo. Tengo il busto paralizzato, mollo i tiranti e strofino le mani nei pantaloni. Con un sorso di birra butto giù anche Airplane, prima traccia dell’ultimo album, il toccante racconto di una coppia che per amore (sì, sempre lui) si fa i chilometri in aereo, o in treno.

Il bello di Stu Larsen è proprio questo. Riuscire a parlare di sentimenti schivando allo stesso tempo il miele e lo spauracchio di Monsieur de La Palisse. Eppure i suoi testi non hanno nulla di intricato, pochi giri di parole per arrivare al centro della questione. Più che di questione, però, sarebbe meglio parlare di cuore. In Some kind of gypsy, l’artista australiano chiede al pubblico di seguirlo nel ritornello. Un timido coro si leva dalla platea intenerita dal musicista vagabondo. Un coro sussurrato, che rifrange a meraviglia il refrain «I need your love, won’t you give it to me?». Il musicista, inorgoglito, stacca il cavo dalla chitarra e si inarca oltre palco. Con quei capelli, penso, sembra il cocker di una mia vecchia amica. Anzi, era di sua cugina.

La parte centrale del set è affidata ai classici. Chicago Song, primo singolo di “Resolute”, suonata senza band rivela tutta la sua essenza folk. Del resto è una canzone dedicata alla chitarra, alla complicità tra l’artista e il suo strumento, e non ci sarebbe modo migliore per renderle giustizia. La mia birra è ancora fresca, la schiena inizia a farmi male. Non sono mai stato in grado di restare seduto a terra per così tanto tempo, ma resisto. Stu Larsen racconta la sua vita, di quando lavorava in banca e di quel giorno in cui decise di mollare il posto. San Francisco è il suo brano più autobiografico, forse anche il più noto. Il tipo al mio fianco sembra riconoscerla. 

Thirteen sad farewells, un altro dei pezzi più celebri di Stu, ci porta dritti al momento che ho atteso per tutta la serata. É quello di Going back to Bowenville, la canzone che qualcuno ha definito “il pezzo dell’anno”. Non credo sia vero, ma è la migliore colonna sonora per ammorbidirsi l’anima e metterla a stendere all’aria aperta. Per suonarla, il nostro eroe chiama sul palco l’amico Tim Hart dei Boy & Bear, che ha aperto il live. Il collega resta sul palco ancora per un po’ e abbandona sul finale.

By the river è un mantra campestre che dal vivo assume i toni della preghiera. Rimetto il cappello per trattenere tutto in testa. Stu Larsen non concede bis, almeno per il momento. Perché dopo le foto di rito fra il palco e l’accesso al cortile, il menestrello australiano non resiste alla tentazione di suonare ancora. Come il migliore degli agitatori di strada, raduna un manipolo di fan e li invita a seguirli in camerino. Skin & Bone si trasforma in un encore per pochi eletti. Ad avercene di vagabondi così. Ma come dice un detto che non ho mai sopportato, non è sempre domenica. Stu, per favore, torna presto in Italia. Va bene anche un lunedì. 

 

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di Anna Lisa Botti