C’è del genio in Nicola Ferloni, ne sono convinto. “Life Without War”, pubblicato a nome Servant Songs dalla Flying Kids Records e da Servant Music, è un piccolo gioiello. Ho scelto l’aggettivo “piccolo” perché questo disco si presenta con una discrezione estrema, in punta di piedi, quasi avesse timore di farsi ascoltare e di prendersi così il posto che gli spetta di diritto tra le uscite notevoli di questi anni difficili.

Lontano dalle distorsioni dei progetti precedenti (His Electro Blue Voice, ma soprattutto i fantastici Pueblo People), questo LP è una compilation di canzoni nate a basso volume, corde pizzicate, strumming leggero e una voce che si fa portatrice di tutta la carica di malinconia possibile.

Collaborazione decisiva ed alchemica è quella con Marco “Juju” Giudici, che si è appropriato delle confessioni acustiche di Nicola trasformandole in canzoni orchestrate tra diversi compagni di viaggio e diversi strumenti (armonica, lap steel, violoncello, piano, contrabbasso…), successivamente assemblate al TUP Studio di Brescia con Bruno Barcella e Alessio Lonati.

La cifra di questo disco non è il virtuosismo, seppur non manchi una evidente perizia tecnica, quanto la ricerca di paesaggi sonori carichi di melodia. Quella melodia in grado di suggestionare e riflettere lo spleen di un momento particolare, le difficoltà che la vita quotidiana impone ai nervi dei viventi.

Si sentono la tensione verso le varie incarnazioni di Jason Molina, ma anche una certa disposizione alla musica, o piuttosto alla sua necessità, che avvicina Servant Songs al cantautorato indie di Elliott Smith.

I testi, in inglese come il nome del progetto, riflettono bene gli stati d’animo che si colgono anche semplicemente ascoltando, senza necessariamente capire. La rassegnazione nei confronti del mondo, dell’amore, ma soprattutto di sé stesso, sembra essere la chiave di lettura di tutto il disco; cito da All The Great Ideas: “Please don’t let me be another shadow on the wall / I’ve been him, I don’t like it / I’d rather not be here at all / By the time I turn and look for you / You’ve already gone” e da Perpetual Cheerleader: “Straight from my heart / I love you / Straight from my heart / I’m done with you and with all the mess we had to go through”.

La redenzione però esiste, non si trova tra le parole, è il disco stesso, nella sua realizzazione. Del resto non è un caso che il titolo sia cambiato in corso d’opera da “Life At War” a “Life Without War”.

Nel bellissimo artwork del packaging vengono riportate due citazioni, una di queste è di Catherine Ribeiro. Non la conoscevo, ho fatto una semplice ricerca e ho trovato un testo magnifico dal quale rubo a mia volta alcune parole: “Paix à nos esprits malades, à nos coeurs éclatés”.

Carlo Pinchetti

 

Qui potete ascoltare l’intero disco