Probabilmente pochi di voi conoscono i No. 2, ed è un vero peccato, alcuni invece potrebbero aver ascoltato qualcosa degli Heatmiser, band che negli anni  ’90, partendo da Portland, avrebbe dovuto conquistare il cuore degli americani e non solo. Il condizionale è d’obbligo perché poi purtroppo qualcosa è andato storto. Sapete certamente già tutto di Elliott Smith, il membro più famoso degli Heatmiser, ma di Neil Gust, il secondo genio della band, nonché co-autore e co-frontman, si sono un po’ perse le tracce. L’ho rintracciato e sono riuscito a farci due chiacchiere.

Ciao Neil e grazie mille per aver accettato di rispondere alle mie domande:

  1. Contemporaneamente alla release del bellissimo “Mic City Sons”(1996), che doveva essere una sorta di trampolino di lancio, gli Heatmiser si sono sciolti. Come ti sei sentito in quel momento? Avevi già in mente di proseguire a suonare, magari con pezzi già scritti, oppure ti sei trovato spiazzato?

C’erano già tutti gli indizi che le cose sarebbero andate male. A quel tempo Elliott [Smith] aveva sviluppato un pubblico e un intero business completamente separato dagli Heatmiser, e sarebbe partito per lunghi periodi di tempo per portare avanti il suo progetto. Tony [Lash] stava producendo altre band e Sam [Coomes] non voleva nemmeno accettare di essere un membro permanente della band perché i Quasi erano la sua priorità. Quindi ho iniziato ad andare nel nostro piccolo studio casalingo provando ad imparare a lavorare su tutta la nuova strumentazione che avevamo installato e nel contempo a scrivere e registrare le mie canzoni. Ho anche suonato molto da solo. Dopo aver pubblicato Mic City Sons, peraltro, è nato un contenzioso per Elliott perché voleva trasferirsi da Virgin a Dreamworks, cosa che richiedeva la fine della band. Anni dopo Elliott mi disse che era intenzionato a registrare un altro disco con gli Heatmiser, ma purtroppo morì prima che potessimo concretizzare la cosa.

  1. A mio parere in “Mic City Sons” si sentono chiaramente i pezzi scritti da te, sono molto aderenti al suono dei No. 2. Hai un tipo di scrittura molto distinguibile, marchio di fabbrica dei grandi autori. Come scrivi le tue canzoni? Utilizzi sempre la stessa modalità, hai una sorta di rito che segui oppure cambi ogni volta?

Grazie! Suono la chitarra per mettermi a mio agio, e da lì prendono forma le canzoni. Ho cercato di costringermi a scrivere certi tipi di canzoni ma non funziona mai. Ora provo solo di attingere dal quattordicenne dentro di me che ha bisogno della musica per immaginare un futuro migliore.

  1. Come ti sei mosso per la creazione della band che ha registrato il primo disco dei No. 2, “No Memory”(1999)?

Ho sempre amato il modo di suonare la batteria di Paul [Pulvirenti] quindi gli ho chiesto di registrare con me. Poi Janet Weiss mi ha suggerito di chiedere a Gilly [Hanner] di suonare il basso, cosa che ho fatto e ho molto amato quello che è riuscita a portare alla band. Inoltre poter avere una seconda voce ha fatto una grandissima differenza.

  1. Per quanto mi riguarda la scrittura e il suono di “No Memory” rappresenta il paradigma del disco indie rock, scrittura pop ma non eccessivamente catchy e produzione pulita ma non mainstream, curata ma sporca allo stesso tempo. Cosa ricordi delle registrazioni e della produzione del disco? Sei soddisfatto del risultato?

Grazie! Sono totalmente soddisfatto di “No Memory”, mentre “What Does Good Luck Bring”(2002) mi ha un po’ spezzato il cuore (ai tempi). “No Memory” si è formato lentamente, è stato concepito durante un periodo di assoluta libertà. Lo abbiamo registrato su un nastro a 16 tracce, sono servite tutte e 6 le mani di Joanna Bolme, Elliott e le mie sul mixer, perché avevamo improvvisato veramente molto. “What Does Good Luck Bring” invece è nato da un periodo di scrittura molto più scoraggiato e infelice.

  1. Quali sono stati gli ascolti che hanno maggiormente contribuito a formare la tua coscienza di musicista e che credi ti abbiano poi influenzato nella scrittura?

Tutti i dischi dei Beatles, molti dei dischi dei Rolling Stones ma soprattutto Let It Bleed, poi AC / DC Highway to Hell & Back In Black, Led Zeppelin II, “Ziggy Stardust” di Bowie, molti gruppi rock degli anni ’70 e primi anni ’80 di album-oriented rock che passavano in radio nel Midwest: Pink Floyd, The Sweet, Three Dog Night, April Wine, Boston, Billy Squire, The Cars, Foghat. E poi c’è stato un enorme cambiamento dopo che ho scoperto REM, Velvet Underground, Husker Du, The Replacements, Elvis Costello “This Years Model”, mentre al college sono passato a Fugazi, Pixies, e ho scoperto vecchie cose che non avevo mai sentito prima come i Big Star, “Marquee Moon” dei Television, “Funhouse” degli Stooges … Tutto poi si è mischiato in un grande mashup.

  1. Passando dagli Heatmiser ai No. 2 hai optato per una formazione a tre anziché a quattro, credo che le band di tre elementi abbiano un fascino particolare, soprattutto in ambito indie/power pop. È stata una scelta ben precisa o semplicemente una situazione che si è creata spontaneamente? Dal punto di vista del musicista quali sono i vantaggi nell’essere in una band di tre persone?

I No. 2 erano in tre perché era più facile. Non conoscevo una quarta persona che volesse far parte della mia band, ad un certo punto abbiamo cercato un secondo chitarrista ma non lo abbiamo trovato. I vantaggi sono che c’è meno affollamento nel furgone, più soldi da condividere e meno agende che devono allinearsi! Finisco comunque sempre per scrivere canzoni che dovrebbero avere 2 chitarristi, è il suono che preferisco.

  1. Trovo assolutamente geniale la scelta del nome della band (così come di alcuni pezzi quali “Pop in a minor”). Ci potresti spiegare le motivazioni dietro a questa scelta?

La Virgin Records aveva il diritto di esercitare il primo rifiuto su qualsiasi musica da me scritta dopo la fine degli Heatmiser, quindi mi hanno offerto dei soldi e ho fatto un demo di 5 canzoni. Quando stavo preparando il nastro per loro ci ho scritto sopra “No. 2 “, come per dire “ecco la mia seconda band”. Mi è piaciuto l’aspetto che aveva, quanto suonasse generico, pensavo che sarebbe stato bello su un poster perché poteva essere scritto in grande. Era autoironico, ma anche imperscrutabile.

  1. Il secondo disco dei No. 2 “What Does Good Luck Bring?” è uscito nel 2002, anno che ha segnato la rinascita di un certo tipo di garage rock guitar oriented, anche a livello non più underground. Poteva essere un buon momento per voi per farvi notare di più ed ottenere un successo decisamente meritato ma mai arrivato. Quali credi siano state le logiche che vi hanno impedito di fare quel salto necessario ad attirare attenzione al di fuori della vostra area geografica di appartenenza?

La realizzazione di “What Does Good Luck Bring?” è stata difficile e costosa, e mi sono logorato. Anche gli altri erano a pezzi. Non avevamo un’etichetta discografica, né un booking agent, né un manager o alcun tipo di supporto. Non possedevamo nemmeno un furgone. Mi sono dovuto trovare un lavoro di ufficio in ambito pubblicitario per permettermi le sessioni di registrazione. Volevo creare qualcosa che suonasse epico ed enorme, ma quando siamo arrivati in fondo avevamo perso ogni interesse.

  1. Quali sono a tuo parere le differenze tra il primo e secondo disco? Ci sono state delle scelte differenti a livello di produzione, oppure vi siete attenuti fondamentalmente alla vostra “comfort zone”?

“No Memory” cerca i passaggi interessanti, i ritornelli, mentre “What Does Good Luck Bring?” cerca ambizione e grandiosità. Ho provato molto duramente a migliorare e ad uscire dalla mia comfort zone, ma mi importava troppo di quello che pensavano gli altri, e mi sono sforzato di scrivere canzoni che non mi rispecchiavano a fondo. Quando ho provato ad inseguire una sorta di successo, perlomeno così come veniva definito da amici e colleghi, ho perso la mia strada.

  1. I testi delle tue canzoni sono molto interessanti, a volte più espliciti, a volte più criptici. Come procedi nella scelte delle tematiche da affrontare?

Quelli criptici sono fondamentalmente io che scherzo, preferisco però quelli espliciti. Non è mai stato facile per me trovare le parole. Era come se avessi passato la maggior parte della mia vita chiuso in un armadio e volessi liberarmi, cosa più facile a dirsi che a farsi, anche dopo essermi dichiarato apertamente gay. La musica in qualche modo mi ha dato la possibilità di essere libero, anche se in fin dei conti le velleità di diventare una rockstar e la ricerca del successo commerciale non mi hanno portato a una maggiore libertà.

  1. Cosa ha causato la fine dei No. 2? Ti sei semplicemente stufato oppure c’è stato un motivo scatenante? C’è la possibilità di avere nuovamente qualcosa di tuo in futuro?

Tutti hanno perso interesse. Essere in quella band è stato un lavoro a tempo pieno a fronte di risultati sempre minori. Volevo provare a passare il tempo a fare altre cose, come imparare a cucinare, e volevo avere una relazione, ma soprattutto volevo smettere di sentirmi male per non aver avuto lo stesso successo di Elliott. Allora mi sono fermato e ho rivolto la mia attenzione in altre direzioni.Poi sono passati molti anni e la musica ha iniziato a mancarmi terribilmente, come fosse un affare in sospeso. La musica significa ancora tutto per me. Sì, i No. 2 potrebbero riprendere a suonare, stiamo valutando questa possibilità.

  1. Cosa stai ascoltando in questo momento? C’è qualche band che ti piace e che vorresti consigliarci?

Recentemente sto ascoltando le nuove cose di Thom Yorke, Steve Gunn, Black Midi, The Black Keys, Weval …

Grazie Neil!

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