sea wolf

Praticamente dico alla mia compagna: “Sai che devo recensire i Sea Wolf?”. “Chi?”, fa lei. “Possibile che tu non sappia che il loro ultimo album “Trough a Dark Wood” arriva dopo anni di silenzio e che finalmente c’è qualcosa per cui vale la pena sorbirsi la pubblicità di quella piattaforma streaming di cui sai il nome, ma che non possiamo nominare perché se no qualcuno s’incazza?”.

Va bene, spiego. Tutto quello che nei giorni di quarantena ci è capitato in sorte di ascoltare ha un legame fortissimo con il nostro tempo sospeso (qualcuno si azzarda a definirlo “di merda”), perché personalmente mi ha negato, dico negato, di sentire davvero ogni musica possibile. Non scherzo: che fosse una programmazione alla radio o un bellissimo concept lasciato lì a data da destinarsi, nulla mi è stato concesso a causa di un ronzio di fondo, un
fastidio epidermico dovuto alla tensione, al lavoro da casa che ha risucchiato anche i momenti più intimi e mai neanche lontanamente violati dalla fatica. Insomma un disastro.

Certo, c’era la lettura. “Beh, adesso chissà quanto leggerai”, mi dicono. Oddio.. non è che poi si siano letti tutti questi libroni, più che altro pubblicistica veloce, rapida, di quella che ti sazia sul momento, ma di respiro cortissimo. Poi d’un tratto arrivano loro, i Sea Wolf. Un disco morbido, dalle sonorità ideali per questo periodo. Una scaletta omogenea, senza sbavature, dove ogni pezzo è incorniciato nel modo giusto.

Al primo ascolto tutte le tele dell’ampio salone sono perfettamente illuminate, come raramente capita per un manufatto di sano e robusto folk indipendente. Non suoni altisonante l’accostamento a un museo. Perché se c’è un luogo che dovrebbe essere intimo, ben illuminato e adatto alla solitaria contemplazione questo è proprio il museo, ma non quelli con l’esposizione per le mostre, no, piuttosto gli spazi che non ti aspetti e che invece sono perfetti per la revisione del tuo sguardo (a proposito, magari fossero così i nostri “luoghi dell’arte e della bellezza”).

Ebbene, Forever Nevermore e Fear of Failure sono canzoni-spazio, luoghi dove aspettare che qualcosa cambi, ma non passivamente, semmai con la consapevolezza che quando qualcosa di buono accadrà, noi saremo lì e ce ne accorgeremo. Retorico? Banale? Forse, ma dopo l’ennesimo bollettino, quando anche l’ultimo speciale dedicato alla sperimentazione in laboratori terribili ha trovato il modo di farsi guardare, questo inedito e raffinato concentrato
di ottimismo malinconico lo salutiamo come il ritorno alla vita. Altro che fasi. La vita, avete presente?

Alberto Scuderi