pontiak_1Qualcuno potrebbe definire la sala dell’Arci Ohibò “piccola”. Per me è semplicemente accogliente. Il palco è basso, le luci soffuse, lo spazio attorno si riempie a poco a poco. È tutto pronto e io non so esattamente cosa aspettarmi.

I Pontiak non si fanno attendere: tre ragazzoni biondi, jeans e t-shirt bianca, tre gesucristi scesi dalle loro croci che iniziano subito a suonare senza troppi convenevoli. La chitarra è distorta, la batteria secca e decisa, la voce calda. C’è da tenersi forte. Ogni pezzo ti prende e ti porta da qualche parte: tra le atmosfere cupe che mi ricordano tanto i primi Black Sabbath, tra i vortici colorati della mente, tra le Montagne Blu della Virginia. A un certo punto cominciano a intonare Wildfires ed è tutto così bello che vorresti abbracciare chi ti sta accanto, tirare fuori l’accendino e lasciarti cullare da quella dolce poesia. Poi si cambia di nuovo registro e si torna a viaggiare a ritmi più sostenuti, lanciati su un treno a tutta velocità sulle note di Lack Lustre Rush, o presi per mano per assaporare i lunghi pezzi suonati senza dire una parola. Quando i tre fratelli escono di scena capisci che è tutto finito. La gente si guarda intorno disorientata. Sì, è stato davvero incredibile.

Laura Musumarra