Roma, 14 marzo 2018

PROLOGO. Chiudi gli occhi e immagina di trovarti in una caverna profonda e buia. Non hai idea di come ci sei entrato, non sai se vuoi uscirne. Inizi ad annusare l’aria e tra l’umidità, l’odore del ferro e la saliva, emerge da lontano un flebile sentore di sale. Cammini. La caverna si snoda in una serie di cunicoli, curve a gomito, vicoli ciechi, ripartenze. Ti gira la testa. Capisci che non sarà il senso dell’orientamento a portarti fuori, ma il nobile esercizio dell’improvvisazione. Ti fai guidare dalla pancia mentre avanzi. È tutta una questione di viscere. In quelle della terra, vibrano le tue. E d’improvviso senti lo iodio, ti pizzica il naso. E prima che tu possa davvero capire cosa stia succedendo, la violenza della luce ti acceca e lo squarcio che si è aperto nel buio irrompe dritto al centro del petto e ti lascia a terra tramortito e scosso. Una scarica di parole si visualizza davanti ai tuoi occhi ormai ciechi.
Scogli. Rive. Sole. Ricordi. Sete. Mattino. Fame. Alberi.

In una sintesi nemmeno troppo estrema questo è il viaggio che mi sono trovata ad affrontare durante l’ora e mezza di live di iosonouncane e Paolo Angeli all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Un viaggio non sempre agevole, a tratti straniante, ma che come ogni viaggio mi ha insegnato qualcosa.
Ad esempio l’importanza della geografia. Sul palco ho trovato due musicisti di formazione e impostazione differente, ma accomunati innanzitutto dalla stessa terra natale. La Sardegna, lungi dall’essere una mera coordinata geografica, rappresenta a mio parere un territorio di partenza fondamentale per comprendere appieno la dimensione arcaica e primordiale dei suoni e delle strutture musicali che hanno preso forma durante la performance.
Una performance, e non un concerto, in cui Jacopo Incani con i suoi campionatori ha dialogato insieme a Paolo Angeli con il suo auto-assemblato strumento multicorde, che della chitarra sembrava la versione psicomagica.

Suoni e strutture dicevo, che sembravano provenire dalle profondità cavernose della terra in un intreccio stratificato e oscuro di rimandi reciproci, rumori, sfregamenti, sottoboschi ritmici e aperture melodiche. Aperture come squarci, in cui la voce di Jacopo, così connotata, intensa e lacerante si faceva strada tra l’intrico delle corde, richiamando alcuni dei brani celebri dell’artista, tratti dal capolavoro del 2015 “Die” e dall’esordio del 2010 “La macarena su Roma”.

Un esercizio a volte non scevro da un solipstistico compiacimento, perché la dimensione comunicativa della musica si perdeva un po’ tra le pieghe dell’improvvisazione. Ma sicuramente un atto onesto e coraggioso, in cui su tutto è emersa prepotente la volontà di ricerca, lo spessore artistico e la spinta rivoluzionaria di partire dal conosciuto per approdare a rive lontane, per usare un’espressione cara a iosonouncane.
Un gesto poetico in un mondo che si esprime solo in prosa. E che in certi momenti ha toccato la sacralità di un rito in cui è sempre più raro imbattersi, quello della musica intesa come una dimensione privilegiata per raggiungere i territori dell’altrove.

La Vedova Tizzini