Chi l’ha detto che il power pop deve essere solo un esercizio di nostalgia, una schiera di chitarre jangle e voci sognanti che fanno da sottofondo al rimpianto di giorni migliori? Raspberry Moon, il nuovo album degli Hotline TNT, si prende tutto quello che c’era di buono nel genere e lo butta in un frullatore, aggiungendo un bel po’ di testosteronico fuzz e ruggiti da stadio. In poche parole: preparatevi a fare il tifo. Questo è il terzo album della band newyorkese, e se le premesse delle uscite precedenti potevano già far intuire una voglia di farsi notare, qui il risultato è un colpo diretto in faccia. L’iniziale Was I Wrong? ti catapulta nel cuore pulsante del disco: un’apertura esplosiva, un muro sonoro di chitarre slanciate, basso che potrebbe abbattere un muro e batteria che non accenna a fermarsi. Quella sensazione di “fanculo, siamo qui per restare” è tangibile fin dai primi secondi.
In Raspberry Moon gli Hotline TNT abbandonano, o meglio, rielaborano il velo reverbante che aveva caratterizzato i loro lavori precedenti, sostituendolo con un suono più muscoloso e deciso. Le chitarre distorte non sono più un filtro per l’intero album, ma un accento, e ogni strumento trova finalmente il suo spazio nel mix. Questo nuovo livello di lucidità sonora, nonostante il ruggito, non smorza la carica emozionale: anzi, potenzia tutto. Persino le linee vocali di Will Anderson si fanno più chiare, più decise, ma senza perdere quella stessa fragilità che aveva reso Cartwheel così affascinante.
Ma attenzione: non stiamo parlando di una band che si è “appacificata”. Oh no, tutt’altro. Quello che abbiamo qui è un mix perfetto tra malinconia e speranza, tra disillusione e momenti di pura adorazione. Se Cartwheel si era concentrato sull’amore non corrisposto, su cuori spezzati e solitudine, Raspberry Moon aggiunge nuove sfumature, dove la luce non è mai troppo distante. La dolcezza di Dance the Night Away, che ti fa venire voglia di ballare sotto una luna piena, è il lato più brillante e quasi spensierato del disco, ma resta ancorata alla profondità di chi sa quanto il mondo possa essere un posto strano.
In Julia’s War, poi, il pezzo più coraggioso del disco, si spinge ancora più lontano: un coro di na-na-na che sembra uscito da una sessione estiva di Jay Reatard, ma con una malinconia che evoca un’idea di guerra personale. Un piccolo tributo agli They Are Gutting a Body of Water, ma la canzone non ha paura di esplorare nuovi territori, senza mai tradire l’energia che ha reso la band un punto di riferimento.
Questa volta, più che mai, ogni canzone sembra avere una propria identità, eppure c’è una coesione che legittima l’intero progetto. La ballata Candle, con il suo battito cardiaco che accelera grazie alla batteria esplosiva, è un’esplosione di semplicità: “I wanna try/Get butterflies”. Due righe che, nella loro essenzialità, colpiscono come un pugno nello stomaco, ma senza forzature, senza dramma. Una dichiarazione d’intenti che non ha bisogno di fronzoli per essere potente.
Eppure, nonostante la maturazione sonora e lirica, Raspberry Moon non è esente da qualche momento di imbarazzo. Le vette emotive sono sempre lì, ma ogni tanto, un paio di linee di testo sembrano un po’ troppo spigolose. Ad esempio, in Break Right, dove la frase “If you could suffer my bad night” suona più come un pensiero improvvisato che come un guizzo di genialità. Ma come si dice, tutto è perdonabile quando le canzoni sono irresistibili e ti rimangono incollate in testa. E qui, credetemi, sono tutte irresistibili.
Quello che più sorprende in questo album è l’assoluta libertà con cui Hotline TNT si avventurano nel loro viaggio musicale. I toni shoegaze di The Scene si alternano a riff di chitarra jangle che sembrano usciti direttamente da un album dei Byrds, ma alla fine il risultato è una sinergia unica. Quello che potrebbe sembrare un disastro di stili che non si accordano, in realtà suona coeso come pochi dischi sanno fare. Raspberry Moon è grande, è audace, è assolutamente pop—ma con le palle. Ogni singolo pezzo fa urlare il suo nome senza paura di sembrare esagerato.
Quando arriva la traccia finale, Where U Been?, si percepisce la fine di un concerto che non ti sei mai voluto fermare. Il feedback che dissolve lentamente, come una luce che svanisce lentamente in un’arena piena di folla, è il finale perfetto per un album che ha saputo farti cantare, ballare, riflettere e, soprattutto, sentire. Una band che si è evoluta, senza scendere a compromessi, ma mantenendo intatta la sua essenza.
Raspberry Moon è la dimostrazione che quando una band sa esattamente cosa vuole, il risultato può essere esplosivo. Un disco che non ha paura di mescolare, sovvertire e rimodellare, ma sempre con un occhio vigile al passato. Chi l’avrebbe mai detto che il power pop poteva ancora sfondare le porte con un suono così abrasivo, diretto, e dannatamente orecchiabile? Con Raspberry Moon, Hotline TNT ci sono riusciti alla grande.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
