Angel Olsen, classe 1987, magica e magnetica diva del Missouri. Cantautrice e autrice pop, ormai punto di riferimento imprescindibile di una scena indie-rock, quella americana, che più di quella britannica ha saputo contaminarsi e stratificarsi di generi e influenze. E proprio così ha fatto la Olsen: partita dal folk, dedita al twee-pop, portatrice sana di vibes anni Sessanta e un’attitudine garage. Sarebbe piaciuta ad Elvis Presley, ma anche a Billy Wilder (che nei miei sogni più spinti l’avrebbe fatta duettare con Marilyn Monroe).

A meno di un anno dal precedente “All Mirrors” (forse il disco che più di tutti l’ha consacrata tra le pietre miliari del genere), arriva il nuovo disco “Whole New Mess” (una sorta di chiusura del precedente, un regalo ai fan), contro ogni logica di mercato, se ancora di logiche si può parlare nel settore musicale, che chiede agli artisti di aspettare e sparire dopo un successo discografico, per evitare le figuracce, ripetizioni e inevitabili confronti. Ma Angel Olsen, fuori dal tempo, prende la sua chitarra e registra un disco in una chiesa sconsacrata nello stato di Washington, e ci regala undici tracce che suonano così: come quella scena finale de “Il Pianista” in cui è inevitabile piangere. Undici tracce che sono undici schiaffi, invadenti, dolorose, emotive, intensissime.

E no, “Whole New Mess” non è solamente un disco di versioni “nude” e non arrangiate di brani che già avevamo sentito, più vicino alla prima Angel Olsen cantautrice folk degli esordi. L’obiettivo sembra essere quello di un ritorno all’essenziale, un disco silenzioso e quasi sussurrato in un periodo dove sembra che non si faccia altro che sfornare singoli uno dietro l’altro, silenzio dopo l’iper-esposizione da lockdown. La descrizione essenziale di un dolore, senza fronzoli, diretta e violenta. Un’ottima prova che dimostra la purezza artistica e umana di Angel Olsen, così carismatica anche in una versione così minimale.

Morgana Grancia

 

Photo Credit: Giulia Bartolini per indie-zone.it