
La copertina de “Il Futuro”
Si chiama “Il Futuro” (La Temepesta), il nuovo lavoro di Andrea Poggio, il secondo con il suo progetto solista dopo l’esperienza dei Green Like July. Quello che prende vita nelle parole vivide e pulsanti dell’artista è un tempo inafferrabile, spaventoso nel suo mistero che si raccoglie ossessivo tra immagini disincantate di città e provincia, tra Milano e Alessandria.
Una fusione realistica e allo stesso tempo decostruita del quotidiano si alterna nei testi, mentre arrangiamenti elettronici si fanno strada tra frammenti di storie, creando atmosfere sospese, ennesima riconferma della capacità di Andrea Poggio di animare in ogni dettaglio le sue canzoni.
In questi anni non c’è stato solo il silenzio e l’osservazione, ma anche la scoperta di mondi nuovi, come quello del cinema – grazie alla composizione della colonna sonora originale di “Onoda – 10.000 notti nella giungla” – e una costante immersione nelle arti a tutto tondo.
A cura di Lucrezia Lauteri
Prima di tutto, come stai? Come stanno andando questi giorni di concerti e come ti senti ora che hai cominciato a presentare il tuo disco al pubblico?
Sto bene, è bello finalmente suonare dal vivo i brani nuovi e il pubblico reagisce bene. Siamo molto contenti, insomma.
Il nome del tuo lavoro, “Il Futuro”, ha il significato intrinseco di sguardo e movimento in avanti, ma sembra in costante tensione con un passato che appare spesso come predominante nei tuoi testi: da dove nasce questo contrasto?
Il contrasto nasce da due correnti di segno opposto lungo le quali, in modo alternato, si muovono i brani del disco. Da un lato c’è l’io narrante che guarda in avanti e vede un futuro asfissiante e terribile. Sono nato in un periodo storico di grandi promesse, caratterizzato da una fiducia cieca nel mercato, in anni in cui si diceva che non esiste la società e che esistono solo gli individui. Oggi ci troviamo a fare i conti con il fallimento di quel modello e con i mostri che esso ha generato. Un brano come Il nuovo mondo nasce proprio dall’esigenza di esorcizzarli, questi mostri. Ed è da questa stessa esigenza che nasce anche la corrente di segno opposto, in cui l’unica tregua per il narratore sembra essere guardare all’indietro, rifugiarsi nel ricordo e richiamare il passato nel presente.
Un altro aspetto che emerge dalla tua scrittura è quello di un costante dualismo: da una parte la città, spesso grigia e statica, dall’altra la provincia, che possiede invece una sua luce costante. Quanto c’è di autobiografico nelle tue parole?
Vivo a Milano da molti anni, ma sono nato e cresciuto ad Alessandria, in quel Piemonte meridionale e di confine che, come dice Paolo Conte, ha “il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”, inghiottito dalla nebbia e dalla collina, stretto tra la pianura e il mare.
Il tuo è un album quasi materico, contenente immagini vivide. Ci sono stati input visivi, sonori o letterari specifici che hanno portato alla nascita di un immaginario così nitido nonostante la forte introspezione?
I dischi che hanno influenzato il mio modo di scrivere sono molti, ma ti posso dire che in questo ambito il dialogo è costante e in continuo movimento che quasi faccio fatica a farti dei nomi. In ambito letterario, certa letteratura postmoderna americana, sicuramente Joan Didion. Quando ho scritto Ombre e luci stavo leggendo “Le onde” di Virginia Woolf. Dico poi Juzo Itami e, in particolare, un suo film bellissimo che s’intitola “Daibyonin”. Mentre scrivevo il disco ero anche ossessionato da questo film di Truffaut che si chiama “La peau douce”.
Approfondendo invece l’aspetto pratico, quando e come ha cominciato a prendere forma “Il Futuro”? Quali sono stati i contributi fondamentali per il suo sviluppo e arricchimento?
Il brano Il futuro è stato il primo ad essere stato scritto. Per mesi ho avuto appuntata su un’agenda la frase “ho visto il futuro dalla finestra di un albergo”, da lì, a poco a poco, è venuto il resto del disco. Prima di andare in studio ci sono voluti molti mesi, passati in profonda, profondissima solitudine (ride, ndr). In studio ho avuto la fortuna di lavorare con musicisti incredibili, l’unica costante di tutto il processo è stato Federico Altamura, che con me ha prodotto il disco e che mi ha aiutato a non perdere di vista l’obiettivo finale, anche quando questo sembrava molto difficile da raggiungere.
Tra “Controluce” e “Il Futuro” sono passati diversi anni, in cui però non c’è stato silenzio da parte tua: hai lavorato alla colonna sonora di “Onoda – 10.000 notti nella giungla” di Harari. Quanto ha influito sul tuo processo creativo un contesto così diverso? Da quali aspetti di questo tipo di collaborazione sei rimasto più colpito? È un esperimento che non avrà seguito oppure è una strada che ti affascina?
È una strada che mi affascina molto e che è molto diversa dal comporre un disco a nome proprio. Diventi l’ingranaggio di una macchina complessa, con equilibri e dinamiche delicate, dove la visione del regista è o dovrebbe essere l’unica guida. Assieme a Gak, Enrico, Sebastiano e Olivier abbiamo composto molto materiale e solo alcune delle cose che abbiamo scritto sono poi confluite nella colonna sonora di “Onoda”. Da una composizione di Enrico poi scartata è nato Fuori città, il brano di chiusura de “Il Futuro”.
La copertina è molto d’impatto nella sua essenzialità: come è stata scelta?
Forse questa domanda dovresti farla a Olimpia Zagnoli. Le avevo fatto ascoltare alcune canzoni del disco molto tempo prima di entrare in studio a registrarle. Già in quell’occasione la sua idea era molto vicina all’idea attuale. Lavoro con Olimpia da molti anni, sin dai tempi dei Green Like July, mi fido molto della sua visione.

