Quella contenuta nelle dieci tracce di “The Colors of the Party” proposte dalla band bergamasca dei Colbacco’s Party è una dose micidiale di pura potenza sbattuta in faccia all’ascoltatore nel più tipico stile “in your face”. Il mix proposto riprende a piene mani dalla musica heavy degli ultimi due decenni fra aritmie post rock e ritmiche nu metal, urla screamo e atmosfere rarefatte, tensione controllata ed esplosioni da far male confermando così la piena maturità raggiunta dai cinque ragazzi, quella maturità musicale che troppo spesso purtroppo porta a pensare: “Se solo fossero nati in America…”.
La loro America i Colbacco’s Party, invece, se la sono formata qui in questa poco più di mezz’ora di ottima musica regalando all’ascoltatore sferzate sonore micidiali, sei in inglese, una stumentale (la conclusiva e dal titolo ironico “First Song”) e tre in madrelingua sancendo in questo modo un’invidiabile unione fra band oltreoceaniche quali i The Dillinger Escape Plan, gli At The Drive In o i Deftones e alcuni nomi pesanti dell’hardcore italiota (fra tutti i citati, in “Supersong”, Sottopressione con l’indimenticabile “Distruggersi per poi risorgere”).
Da citare almeno un altro pezzo in italiano: “In fondo è l’apice”, inno di ogni metalhead della penisola che speriamo non rimanga in una troppo piccola nicchia di fortunati cultori.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase:
Gran rallentatore di eventi, musicalmente onnivoro, ma con un debole per l’orchestra del maestro Mario Canello.
I miei tre locali preferiti per ascoltare musica:
Cox 18 (Milano), Hana-Bi (Marina di Ravenna), Bloom (Mezzago, MB)
Il primo disco che ho comprato:
Guns’n’Roses – Lies
Il primo disco che avrei voluto comprare:
Sonic Youth – Daydream Nation
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Ho scritto la mia prima recensione nel 1994 con una macchina da scrivere. Il disco era “Monster” dei Rem. Non l’ha mai letta nessuno.
