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Musica classica contemporanea, composta per un melodramma ed eseguita con un terzetto di strumenti elettrificanti. Richiami agli OM per l’andamento lento da meditazione, a Lidya Lunch per la voce, agli Oxbow per l’atmosfera malata. Dei Converge meno potenti, dei Blood Brothers meno sguaiati, come i Khanate e i Sunn O))) per il gusto del feedback, ma con una costruzione dei pezzi molto più progressive.

“Realm Of Refuge” apre le danze con una strofa raga metal alternata a un ritornello math’n’roll. “Saccades And Fixations”, invece, è costruita su un break che pare campionare un riff dei Misfits per poi rallentarlo e riarrangiarlo su tempi dispari. Anche “Wild horses” gioca una carta simile, partendo da un riff banale e sfigurandolo con maestria, ma in questo caso i MoE ci danno dentro sviluppando l’armonia del riff e spalmando a strati gli strumenti, con un effetto finale da polifonia. “Paris” è una marcetta powerviolence patinata, con stacco come da programma e fuga inaspettata; è hardcore e progressive, può piacere ai fan dei Discharge e a quelli dei Genesis di Peter Gabriel allo stesso modo. Un piccolo capolavoro. “Doll’s Eyes” potrebbe essere una cover di una canzone drum and bass, se non fosse per il ritornello hard rock, e potrebbe perciò essere il pezzo più accessibile della raccolta. “Letters Of Pliny” chiude l’album ed è teatrale e intricata come le tracce precedenti.

Nella presentazione di questa loro fatica, gli autori parlano di crescita e impatto della musica giapponese sulla loro arte. Io, lo confesso, non conoscevo i Moe e del Giappone sono pratico soprattutto di Mazinga, per cui mi baso sui miei limitati mezzi e dico che “Examination of the eye of a horse” è un disco di qualità e a suo modo dimesso, perché gioca in un campo in cui è stato detto tanto e dove da anni sono in molti a misurarsi. Lo fa con una competenza che ricorda più l’Accademia che la strada: colti, ma non stucchevoli.

Alessandro Scotti