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di Giulia Bartolini

 

Live Report

di Paolo Ferrari

Modena, 25 marzo 2017

La terza guerra mondiale è un bailamme di sparacchiate e mortaretti. Un elicottero sorvola l’area, i soldati in trincea si pasticciano il viso di cera nera. Sabato sera a Modena c’è aria di scontro: i caravan parcheggiati sotto il cavalcavia sembrano cingolati pronti all’attacco. Dietro all’accampamento, gli Zen Circus sono ancora chiusi nel furgone ad affilare le armi. In lontananza, le urla dei ragazzi che si accalcano all’entrata raccontano una storia che dura da oltre vent’anni. Qui in provincia si va alla guerra per cantare e pensarci un po’ su. E allora tutti dentro, perché fra poco si inizia.

L’esercito è ben disposto. L’aria viziata nei polmoni, il punk nelle vene. Chi è cane si trasformi in gatto, perché un gatto non ha padroni. Fa un caldo atroce, il locale diventa una giungla del Sud Est Asiatico. Quando la band toscana si presenta sul palco, adrenalina e sangue bruciano più di una tanica di napalm. Per questo tipo di battaglie, l’Off di Modena è perfetto. “Difendiamo i locali come questo – grida Ufo al microfono – Perché quando poi sono costretti a chiudere, ci ritroviamo fottuti“.

Parte La terza guerra mondiale. Basta chiudere gli occhi per capire chi è il nemico, per vederlo dritto in viso. Liberi tutti dalle transenne, la temperatura si alza, dalla fronte di Appino schizza il sudore su qualche fan in prima fila. Non voglio ballare, Andate tutti affanculo e Ilenia sono stilettate dritte al cuore. Salta un cavo ma non importa, il Circo Zen può continuare. Gli specchi della scenografia riflettono soltanto luci. Poco tempo per fiatare. I singoli ci sono tutti, non è nemmeno il caso di citarli. Una cover incendiaria di Molly’s Lips riaccende la voglia anche a chi ha spostato la maglietta dei Nirvana nel cassetto dei pigiami.

Il passato da musicisti di strada si riversa sul palco con Mexican Requiem. Karim imbraccia la washboard e gratta a più non posso a pochi centimetri dal pubblico. Uscire per rientrare non conviene, manca una manciata di pezzi che altri gruppi chiamerebbero bis. La chiusura è affidata a Viva (neanche a dirlo), ma quando tutti escono per tornare al parcheggio, a girare nella testa è ancora l’ineffabile franchezza di L’anima non conta. Cantarla a squarciagola fa un certo effetto. Puoi urlarla soltanto o cercare di darle un senso. Forse quello che conta non è tanto l’anima, ma ciò che all’anima resta appiccicato. Il sudore non c’entra, ma asciughiamoci che fuori fa ancora freddo.