Eccoci al terzo appuntamento di Musica Aumentata, la nostra nuova rubrica che partendo da una canzone distende su queste pagine un raccontino. Nulla di pretenzioso, s’intende. Ci piacerebbe vedervi con i piedi a penzoloni su di un qualche muretto e osservarvi di sottecchi mentre muovete le dita per scorrere questa paginetta.

Questa volta partiamo da un brano italiano79 Qui una volta era tutta campagna di La Macchina di Von Neuman, musica strumentale per businessman di scarso successo.

Buona lettura.

“Quello che ci ha fregato a tutti è il concetto di proprietà” diceva mio nonno. “Quello, e la terra”.
Ora, sporco di fango, bagnato fino all’osso, lo capisco più a fondo.
“E’ cominciato tutto con l’agricoltura” mi indottrinava. Fumava sigari puzzolenti con lo sguardo perso verso l’orizzonte, ed ovunque guardasse c’era quella terra che non sopportava.
Il panorama nelle nostre zone non concede molto alla fantasia. Si stende piatto e monotono, interrotto qua e là da un albero solitario. Verrebbe da guardare al cielo, ma è spesso grigio e mette ancora più tristezza.
È un microcosmo che invita alla concretezza, niente voli pindarici. Da altre parti mio nonno sarebbe passato per quello bizzarro, il tipo un po’ toccato che si guarda con un sorriso benevolo.
Qui era solo uno da evitare, persino per i suoi stessi figli. Forse per questo ci teneva a tenermi così stretto a sé.
“I primi confini sono stati tracciati quando l’uomo ha iniziato a coltivare” continuava. “Da lì in avanti non si è potuto più andare in giro liberi. ‘Questo posto è mio’, ha detto uno, e agli altri veniva subito voglia di prenderselo invece che andarsene da un’altra parte”.
A sentire lui sembrava che tutte le tentazioni fossero nate con un aratro.
“E le caverne? Nessuno voleva quelle di un altro?” avrei voluto chiedere, ma ero troppo timido per farlo. Passavo per quello scemo in casa, perché ero molto silenzioso.
Forse mio nonno mi teneva con sé solo per questo, perché non lo zittivo come facevano tutti gli altri.
“Bisognerebbe bruciarli tutti, questi campi, così ci sarebbe meno invidia. Gli avvelena il cuore a questa gente di merda, l’invidia”.
“Ma allora perché fai il bracciante?” gli chiesi una volta, quando proprio non ce la feci a starmene zitto.
“Perché solo questo so fare” mi rispose senza guardarmi, “lo schiavo”. Rimanemmo in silenzio, poi all’improvviso mi prese per le braccia.
“Tu vattene appena puoi” mi disse con gli occhi umidi, “non farti ingabbiare”. Poi si accese un sigaro, bestemmiando per darsi un tono.
Forse mi teneva con sé perché gli ricordavo com’era da giovane, e non voleva che facessi la sua stessa fine.
Mi spiace averlo deluso.
Io ho creduto in una terra dai confini molto più ampi dei suoi odiati campi. Quando mi hanno mandato a difenderla con un fucile in mano ho pensato che stavo facendo qualcosa di importante, io, quello che passava per scemo.
Ed ora sono qui, steso in una trincea, con la mitraglia che canta sopra la mia testa e voci che urlano in un’altra lingua poco lontano.
Sempre meno lontano.
Non ero preparato per tutto questo. Forse nessuno lo è. Forse sono solo quello strano, come mio nonno.
Come lui sono legato a confini che non andrebbero tracciati. Intrappolato nella terra, la stessa terra, a versarci il sangue. Spero che almeno per me ne valga la pena.
Che non abbia confuso i concetti di patria e di proprietà.

di Stefano Ficagna