Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Joe D. Palma, un nome al singolare per cinque ragazzi al plurale che uniscono in modo estramemente naturale elementi di dance ed altri di rock. Da Padova con furore, stanno per pubblicare un nuovo singolo dal titolo 112 (in uscita oggi, 13 settembre 2019, per La Clinica Dischi) che loro descrivono come «l’ansia che ti assale quando sei in macchina e torni da una serata in cui hai bevuto troppo».

 

 

Chi sono i Joe D. Palma? E chi è sto Joe D. Palma? 

I Joe D. Palma sono cinque ragazzi from Padova, in realtà due di noi abitano in mezzo ai campi, ma diciamo che siamo tutti padovani. Nulla in contrario con la campagna, ma ci mettiamo venti minuti ad andare alle prove ogni volta. Quindi Joe D. Palma non è fondamentalmente nessuno, siamo un gruppo con un nome che forse suona come un personaggio esotico. Il buon Enzo, padre di Alvise, anche se proviamo ormai da mesi nel suo garage, ancora non sa i nostri nomi e ci chiama ancora “palme”. È l’unico che lo fa effettivamante.

Perchè a Padova sembrate conoscervi più o meno tutti? E chi sono questi tutti?

È una città in cui si suona abbastanza, c’è una buona abitudine alla musica, ma i posti per suonare poi sono sempre quelli, quindi circa 4-5 anni fa sono nati dei collettivi che raggruppavano più progetti con lo scopo di dare alternative valide, serate col reale scopo di andare a sentire dei bei concerti. Ora uno di questi collettivi è diventato un’etichetta che lavora molto bene, l’altro una grande famiglia di persone con cui usciamo quotidianamente: noi, Jesse The Faccio, Venere, Moplen, Aria su Marte, Fractale. Ognuno di questi gruppi ha almeno un membro in comune con un altro, quindi è divertente trovarsi in 5 ma essere comunque un pezzo di tutti quei progetti.

Di cosa parla 112? E come potrebbe esserne riassunto facilmente il contenuto? 

112 parla dell’ansia che ti assale quando sei in macchina e torni da una serata in cui hai bevuto troppo, quando improvvisamente incroci delle luci blu. Da qui la consapevolezza di navigare nei propri vizi senza averne il pieno controllo, la certezza di non poterne proprio fare a meno. Poi per fortuna quella luce è quasi sempre una qualsiasi insegna luminosa, e non c’è nessuno di indesiderato ad aspettarci.

 

 

Come ci si sente ad essere alchimisti dell’indie e ad unire dance e rock? Chi altro lo fa? 

Alchimisti dell’indie è un’espressione veramente figa, poi però ci troviamo sempre un po’ in difficoltà con le classificazioni in generi, nel senso che esiste un’attitudine più o meno sana nei confronti della musica, dello stare sul palco, ma poi non è giusto sempre doversi legare a un genere. A unire dance e rock sono in tanti, a noi piace sempre nominare i Foals perchè sono una di quelle band che più volentieri ascoltiamo tutti insieme, e in cui soprattutto è super evidente questa doppia anima. È un concetto di “dance”, il loro, che va messo tra mille virgolette, è quello che piace a noi: far muovere i culi con gli strumenti in mano.

L’autore dei vostri testi sembra in qualche modo aver superato parecchie batoste, ce lo confermate? 

In realtà l’autore dei nostri testi è la persona più solare della terra, il suo soprannome è Sunshine, raggio di sole. Scrivendo questo disco però ci è venuto naturale andare su dei toni più intensi, non li definiremmo tristi, ma forse più malinconici. Non sono vere e proprie batoste, ma un po’ di nostalgia rispetto ad alcune cose che tutti crescendo ci stiamo lasciando indietro. Rimane comunque la voglia di non prendersi troppo sul serio.

A quando un nuovo album? E quanto sarà diverso dal precedente?

A ottobre uscirà il nostro primo album. È stato un percorso molto lungo, condiviso coi ragazzi de La Clinica Dischi dalle pre produzioni fino all’uscita. Sarà molto diverso dal nostro primo EP, la scrittura dei pezzi è cambiata molto da allora. Vi assicuriamo che in realtà non è così triste, nessuna batosta, c’è la voglia di ballare: cassa dritta e chitarrini veramente pazzi.