I Moca fanno il loro debutto ufficiale nel 2018, quando escono i loro primi due brani. Lo scorso giugno viene pubblicato per La Clinica Dischi Relazionatore, il primo singolo estratto da “Oplà”, il loro disco d’esordio in uscita nel 2020. Il pezzo ottiene subito ottimi feedback, sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori. A ottobre ecco uscire un altro singolo, Bailamme, che definiscono «una baraonda delle emozioni talmente avvolgente da far perdere la coscienza di sé stessi».

 

 

Intervista a cura di Valeria Marchiori

 

Ciao Moca! Per chi ancora non vi conoscesse, voi siete Davide, Giacomo, Jacopo, Francesco, Nicola e Manuel… nel senso letterale del termine: una boy band. Come vi siete incontrati? E com’è nato il vostro progetto musicale?

Ciao! Ci siamo conosciuti in momenti diversi, situazioni diverse, ci siamo fatti conoscere l’uno all’altro e in realtà alcuni di noi erano ancora un po’ estranei anche all’avvio del progetto. Anzi, una cosa che ci piace molto e ci dà voglia di stare insieme è proprio il fatto che ancora dobbiamo conoscerci molto! Il progetto è nato sotto la spinta di Giacomo e Davide, che già suonavano con Francesco e hanno poi invitato Jacopo e Nicola. Da lì poi si è aggiunto Manuel e le cose hanno assunto con il tempo un aspetto sempre più definito e preciso. Ed è nato soprattutto dalla necessità di dire qualcosa ed in una certa maniera.

La vostra musica è un misto tra itpop e ritmi orecchiabili, io ci leggo molte influenze del panorama nostrano. È così? Ascoltate e vi ispirate a molta musica italiana?

Con la musica nostrana ci siamo cresciuti, un po’ come tutti in Italia. Anche se ovviamente bisogna avere un orecchio sempre teso e attento alla musica di tutto il mondo, la musica italiana è la nostra culla. Le influenze sono spesso e soprattutto inconsce, o almeno nella nostra musica e nella nostra produzione. Quindi sì, ascoltiamo e ci ispiriamo a molta musica italiana, la più disparata, recente e meno recente. E mischiamo tutto quello che ci piace per creare qualcosa di nostro. O almeno ci proviamo. In ogni caso, il gruppo che ci ha influenzato di più (magari ascoltandoci non si direbbe) sono sicuramente i Rolling Stones.

Il vostro album “Oplà” è in lavorazione e uscirà nel 2020, ma fino ad ora vi siete proposti e presentati solo con dei singoli. C’è un motivo? Vi piace che le vostre tracce siano in qualche modo slegate l’una dall’altra senza l’idea di “intero” offerta da un album?

Guarda, questa è davvero una bella domanda perché ci pone davanti a un quesito sempre vivo nella nostra esperienza fin qua. L’idea di creare un album con un’idea unificatrice, un concept album, è molto intrigante. Essendo noi sei comunque sempre gli stessi, le idee di fondo rimangono e si potrà sempre vedere un’idea unificatrice dei brani. Al tempo stesso ci rendiamo conto che abbiamo pensato i brani in maniera abbastanza indipendente l’uno dall’altro, lavorandoli in maniera separata in studio e dando ad ognuno la sua forma e il suo colore. Diciamo che esistono entrambe le matrici, ci piace pensare ad un lavoro, un pacchetto, con un filo che leghi tutti, ma che una volta aperto contenga tanti piccoli tesori ognuno bello a modo suo. E questa era la risposta “romantica”. La realtà è che tanto le modalità di uscita e il calendario lo decidono i ragazzi dell’etichetta, quindi dovreste forse chiedere a loro!

Baillame, il vostro ultimo singolo uscito pochi giorni fa, è “la baraonda delle emozioni”. Cosa si nasconde dietro questo pezzo?

Dietro a questo pezzo si nasconde la fragilità. La fragilità di chi si conosce, di chi sa di essere sensibile e di conseguenza vulnerabile. Ma sa anche che questa sensibilità è il suo punto di forza, che lo porta ad avere una visione comunque chiara, all’interno della baraonda, delle forze in gioco. E della sua volontà di comunicare ciò che vede e che prova nei confronti dell’altro, così da costruire un rapporto sincero, basato sulla comunicazione. Anche se questo porta a dei messaggi forti. “Il dubbio che mi viene, ch’io sia ancora capace ad amare” è una frase terribile e bellissima, per la sua potenza espressiva e per il carico che si porta dietro. Quanti sarebbero in grado di dire una cosa del genere al proprio partner? Ma chi è in grado di comunicarlo sa che sta dando all’altro la totale raffigurazione di sé e che nasce così una responsabilità portata avanti da entrambe le persone coinvolte nella relazione, pronte così a creare ponti e punti di connessioni stabili e sereni.

Uno dei vostri primi singoli è stato Soffritto di Sertralina e affronta il tema importante e sempre più attuale della depressione. Perché avete scelto di affrontare un argomento così delicato e di farlo in modo un po’ scanzonato?

L’essere umano quando parla lo fa di sé stesso e delle cose che conosce. Da questa mia affermazione si evince che purtroppo abbiamo avuto qualcosa a che fare con questo tema e di conseguenza ne abbiamo parlato. Sicuramente è un tema attuale, non è l’unico. Ci sono tanti temi attuali nella società di oggi che vanno trattati. Il come, forse, dobbiamo un po’ pensarlo come una cosa secondaria. Anzi. Il divertimento, la scanzonatura, sono cose serie. I comici questo lo sanno bene e veicolano messaggi, spesso molto duri e profondi, grazie a risate e divertimenti, che scalzano le nostre barriere naturali e fanno arrivare il messaggio ancora più dritto a noi. Noi vogliamo che il divertimento sia preso come una cosa seria e che faccia così arrivare in maniera leggera messaggi che, se appesantiti da circostanze di inutile serietà, perderebbero tutto il loro interesse.

 

 

Cosa vi aspettate dal vostro 2020? Quali sono i vostri progetti?

Fare tanta tanta musica. Suonare in giro, conoscere luoghi, persone, situazioni che ci diano un’ulteriore spinta verso la crescita musicale, che ci riempia di idee, per poter scrivere ancora e più di prima. Vogliamo che l’Italia riempia le nostre menti di odori, suoni, parole, così da poterle poi suonare su un palco, lasciando un’impronta e qualche bel messaggio nella memoria delle persone. L’idea che qualcuno possa andare a casa, riflettendo su quanto diciamo, o semplicemente pensando “che bella serata, che bel concerto” ci riempie di gioia.

Se poteste scegliere un artista dell’attuale panorama musicale italiano con cui collaborare, chi scegliereste?

Ci piacerebbe tantissimo collaborare con tanti artisti italiani attualmente sulla scena, ci sono davvero dei nomi validi e da tutti potremmo imparare molto. Siamo amici degli Ex Otago, chissà che magari non venga fuori qualcosa in futuro! Però la verità è che sarebbe un sogno collaborare con chi purtroppo non c’è più. Da bravi liguri direi con Fabrizio De Andrè o, uscendo dalla regione, con Rino Gaetano, Battisti, Dalla, nomi di chi all’Italia ha dato tanto artisticamente e che non dobbiamo assolutamente dimenticare, anzi dobbiamo riscoprirli nella loro incredibile attualità.

Ultimo ma non meno importante, perché vi chiamate Moca?

Il momento della scelta del nome del gruppo (e chi suona lo sa bene) è forse uno dei più drammatici della carriera. Ci si riduce sempre all’ultimo, iniziano a prendere forma le canzoni, la musica, il sound, e si continua a far finta di niente. Poi mettere d’accordo sei teste è ancora più difficile. Ci sono molte storie discordanti, sei per la precisione, sul perché di questo nome, per altro inflazionato e facile a battute sul caffè non troppo felici. Posso consigliarvi di chiedercelo dal vivo la prossima volta che ci vedrete, così da ascoltare una miscela di storie ed opinioni che vi terranno svegli tutta la notte, insieme alle nostre canzoni!

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