Milano, 27 febbraio 2019

Che cosa? L’arietta fresca? Ma dai, pivello, non soffia un filo di vento. Eppure lo so, siamo a febbraio in viale Toscana. Fai due passi e ti ritrovi a Milano Circonvallazione Esterna. Fuori si sta benone. Anzi, non si stava così bene da almeno quattro mesi. Invece qui, sotto il palco della Santeria, è tutta un’altra storia. Gli I Hate My Village hanno appena fatto irruzione di fronte a una platea andata sold-out ieri pomeriggio. Un paio di accordi ed è cambiato il clima.

Tolgo le mani dalle tasche, tolgo il piumino in finto velluto. Tolgo pure la felpa, dai, via tutto. Ma niente, non si respira. L’ossigeno è una merce rara, se lo rubano di notte. Non è un problema del locale, sia chiaro, i sistemi di areazione funzionano a meraviglia. Il fatto è che la musica degli I Hate My Village ti prende e ti porta altrove. Sulle note di Presentiment mi ritrovo catapultato in una piana sabbiosa come il colonello O’Neill dopo aver superato lo Stargate. La siccità minacciosa, l’immobilità del tempo, la sensazione di inalare la stessa aria che respirava il povero Tutankhamon nella piana di Giza. Tutto questo è soltanto nella mia testa.

La memoria. Non sono uno che ricorda a menadito i titoli delle canzoni, ma se non sbaglio il secondo brano in scaletta è Tramp. Scritto così, all’italiana. È in questo momento che la chitarra di Adriano Viterbini inizia davvero a farsi sentire. Il pubblico si muove al ritmo scandito da un prodigioso Fabio Rondanini e un pugno di scorpioni si avvicina lentamente per punzecchiarmi le dita.

Ma in fondo è soltanto rock, e allora mi concentro sul timbro bergamasco di Alberto Ferrari, che riconoscerei anche in mezzo a uno stadio impazzito per un gol di Stromberg contro il Brescia, assist di Luigino Pasciullo. Un marchio di fabbrica che ti riporta in un attimo ai Verdena degli ultimi due o tre dischi, e a quel modo tutto suo di giocare con la voce come si fa con gli strumenti. Immerso in un cono d’ombra da eclissi lunare, Marco Fasolo puntella con il basso i riff tribali del collega alla sei corde.

La tentazione, suggerisce un amico, è quella di giudicarli non tanto come una band, ma nelle singole prestazioni. Fare un Fuoco e Acquaragia mi convincono del contrario. E mentre il blues sciamanico di Fame mi infiamma il collo come un eczema curato male, trovo una risposta anche al più atroce dei dubbi che hanno investito i più scettici ascoltatori degli I Hate My Village.

In questo benemerito supergruppo (qui la nostra intervista) non c’è nessun tentativo di mettersi in mostra. Non c’è vanità né superbia, e a ben guardare non si cerca neanche il virtuosismo fine a se stesso. Certo, quando vedi suonare dal vivo musicisti di questo spessore non puoi non apprezzare il gesto tecnico. «Mi piace la bravura, ma a volte il jazz serve solo per il mio mal di testa», direbbe qualcuno. Ma in questo caso nessuno dei quattro supereroi ha la presunzione di sbatterti in faccia il talento a mo’ di «pigliati questo assolo e prova a farlo anche tu».

Lo stesso Viterbini, che è indubbiamente la locomotiva di questo treno lanciato a bomba nel Sahara, corre su binari in buona parte regolari per favorire la trazione degli altri tre (maestosi) vagoni. Nell’economia del viaggio si potrebbe tutt’al più criticare la scelta delle cover. Perché se è vero che Don’t Stop Til You Get Enough è stata eseguita alla perfezione, è altrettanto vero che, in questo clima da accampamento tuareg, un Michael Jackson colto alla vigilia degli Eighties rischia di rompere la magia.

Paolo Ferrari

 

 

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Ph: Cinzia Zanette