
Ecco i due assunti senza i quali l’ascolto di questo album non avrebbe alcun senso:
1) I Fake Names non sono una super band, ma un gruppo di amici che si ritrova ogni tanto a condividere la propria passione. Non importa se la band è composta da Dennis Lyxzén dei Refused, Brian Baker dei Bad Religion (e ai tempi dei Minor Threath), Michael Hampton (S.O.A., Embrace, One Last Wish) e Johnny Temple (Girls Against Boys, Soulside).
2) “Fake Names” è una fotografia “sonora” scattata durante uno degli incontri avvenuti tra i nostri quattro. Incontri che non hanno come scopo quello di cambiare il mondo, ma semplicemente quello di divertirsi suonando un po’ insieme.
Probabilmente non avremmo mai immaginato che la mente di “The Shape of Punk to Come”, ventidue anni dopo, avrebbe partorito una creatura come questo “Fake Names”. Dieci brani di punk old style che non contengono nulla di nemmeno lontanamente rivoluzionario. Echi di hardcore melodico anni Novanta, sprazzi di punk ‘77 (quello tra l’altro più ancorato al rock classico: Jim Carroll, Richard Hell, Johnny Thunders…), un brano epico e urlato inserito in scaletta a mo’ di richiamo (Brick, e non è un caso che proprio questo pezzo sia stato scelto come singolo di lancio), venature dark alla Damned (Darkest Days), molta melodia pop. Il disco perfetto per questo 2020 pandemico. A nessuno infatti verrà voglia di pogare.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
