Premessa: pur essendo con ogni probabilità il punto più basso della carriera dei Refused, “War Music” in qualunque discografia di qualunque altra band del genere farebbe parte degli album dalla riuscita medio alta. Lontano dal genio del capolavoro assoluto “The Shape of Punk to Come” e dalla rabbia grezza di “Songs to Fan the Flames of Discontent”, questo nuovo disco segna anche un lieve abbassamento qualitativo rispetto a “Freedom”, lavoro post reunion che sembrava gridare al mondo: “Siamo ancora qua e siamo ancora vivi”.

Quali i punti forti? Un’intelligente critica sociale, la voce urlata (ma non sempre come un tempo) di Dennis Lyxzén e alcune soluzioni sonore marchio di fabbrica della band svedese. Quali quelli deboli? Un avvicinamento alla forma standard della canzone rock dura e violenta, echi manco troppo velati al mondo emo-core (e il tour congiunto con i Thrice sembra fatto apposta), la volontà di giocare ancora a fare i punk duri e puri di un ventennio fa quando invece sarebbe stato forse più genuino continuare con i The (International) Noise Conspiracy).

Due brani goduriosi come i singoli Rev 001 e Economy of Death, la botta di Turn the Cross e The Infamous Left, l’omaggio alla vecchia scuola di Damaged III ci dicono che non tutto è perso, anzi, ma dai Refused è lecito, direi persino obbligatorio, aspettarsi di più.

Andrea Manenti