Fermi tutti! Doverosa premessa: un giovane cantautore che decide di chiamarsi Andreotti e tira fuori un album che si chiama “1972”, o è un genio o ci sta già prendendo tutti per il culo.

E una cosa non esclude l’altra.

Con un nome e un titolo del genere, cosa mi devo aspettare? Della roba vintage malinconica alla Baustelle (li adoro eh) o qualcosa di urlato e disperato alla Calcutta?

Tra l’altro l’immagine della copertina dell’album mi pare uno di quegli stabilimenti balneari dell’Italia che fu.

Onesto: il pacchetto naming + disco è ben calibrato.

Schiaccio play.

E parte il synth.

Evvai cazzo! Sento un sound un po’ oscuro alla Blade Runner. Poi arriva la sua voce. Dal tono un po’ crudele. E la minestra nella sua interezza non sembra affatto male. Ok, l’inizio mi sembra promettente.

La seconda traccia si chiama Winnie The Pooh. Il sound è sempre oscuro e la voce sempre crudele. Come se stesse dicendo qualcosa di molto cattivo.

È bello cantare con un tono malvagio in una canzone che si chiama Winnie The Pooh. Che comunque sembra la continuazione della traccia precedente. Ma non è una cosa negativa.

E quando scopro che anche i pezzi seguenti hanno un mood molto simile, il tutto inizia a somigliare alla colonna sonora di un film erotico anni ’70, di quelli che mandavano una volta in terza serata su Rete 4.

Quasi tutto l’album scorre lungo questa scia, che trovo sinceramente più che gradevole.

Vogliamo parlare dei testi?

Vi regalo un estratto di Colori, per darvi una chiara idea:

La psichedelia di Sandra Milo è una chimera per noi (…) domani ti giuro Cracco e Spotify, Cannavacciuolo e Netflix…

Ecco. Abbiamo un poeta nichilista del 2020. E non sono sarcastico!

Il testo sembra comico, e forse sottilmente lo è, ma mi sembra eloquente come racconto del profondo vuoto che riempiamo di app, serie tv e abbonamenti da pochi euro al mese.

Questo Andreotti ha tirato su un disco figo, interessante, non eccellente, ma sicuramente intrigante. Molto intrigante! E ben distinto dal mare degli esordienti.

Mi secca sputare giudizi. Mi secca dire disco bello o brutto. Nelle recensioni preferisco raccontare quello che sento.

Ma questa volta desidero osare ed espormi: Andreotti è una pietra preziosa grezza che, una volta raffinata e abbellita in melodie più orecchiabili, diventerà quell’oggetto dei desideri per cui farete la fila fuori ad un palazzetto sudando come marmotte e tracannando birra sovrapprezzata.

In fede.

Marco Improta