La scorsa notte un forte vento ha spazzato via il grigiore. Il tramonto brucia sopra i palazzi dell’ortomercato, ma una brezza ancora primaverile morde ai polpacci come un cane da guardia. Odio parlare del tempo, lo faccio solo quando non mi sento a mio agio. Il nervosismo mi logora, sono teso e so perfettamente perché. Ho due birre in mano, una l’ho scroccata. Mi faccio largo tra la folla sotto il palco del Market Sound, questa sera ho un appuntamento. Là sopra, fra pochi minuti, suoneranno gli Afterhours, una faccenda di cuore.

Dal ‘98 o giù di lì hanno accompagnato le mie paranoie adolescenziali. Hanno aperto le parentesi più cupe dei miei vent’anni e spalancato squarci di consapevolezza in tempi più recenti. Sono preparato, conosco tutti i loro testi a memoria. Tutti tranne quelli di “Folfiri o Folfox”, un disco che non ho ancora digerito e che forse non digerirò mai. Complice il cambio di formazione e quel prurito insopportabile alla notizia di X-Factor, ho un germe inoculato in testa che non riesco a curare. Lo so, sono solo pregiudizi. Ma sull’onda di un pessimismo galoppante, li preferisco definire conflitti interni. Li lascio a macerare, Manuel Agnelli entra in sordina con la chitarra in pugno. Intorno a me ci sono centinaia di persone, ma io mi sento solo sotto il palco.

Adesso siamo noi due, Manuel, cosa mi racconti? Lui resta al buio e urla: avevamo un patto, io e te. Un patto, certo: tu canti e io ti ascolto, come sempre. Ti do le stesse possibilità, ti va? Eppure lui sembra fare orecchie da mercante. Non parla, chiama i suoi amici sul palco. Roberto Dell’Era è uno spettacolo, Iriondo pure, Rodrigo D’Erasmo fa il suo ottimo lavoro nelle retrovie. Ma gli altri? Dov’è finito il suono pastoso e un po’ sghembo di Giorgio Prette? E il baffo di Ciccarelli? Niente, Manuel non risponde. Dice solo: i cerchi vanno chiusi dentro di noi e non fuori. Grande verità, ribatto io, ho sempre rispettato la tua lucida follia. Eseguono alla perfezione il nuovo singolo, poi passano ai classici. Inizio a muovermi, grido che adesso si inizia a ragionare. “Ballata per la mia piccola iena” è uno dei miei pezzi preferiti. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, il mio fuoco si spegne in un attimo. Vedo quello che poi non sento. “Varanasi baby” non la faranno mai, mi ero detto. Vengo subito smentito. Sono sorpreso e confuso. Per alcuni minuti torno in mezzo alla gente. La guardo: sono quasi tutti immobili. Qualche faccia impagliata in adorazione.

Parte una rassegna di capolavori, da “Vedova bianca” a “Padania”. Ho tutto in testa, ma non riesco a dirlo. Allora Manuel si avvicina minaccioso al parterre, spara dritto davanti a sé, mi fa paura. Attacca con “Male di miele” e ho un moto di rabbia. Seguo un lungagnone che ha voglia di fare casino e andiamo a sbracciarci insieme sotto il palco. C’è chi ci guarda male, come se fossimo alla Scala il 7 dicembre. “Bungee Jumping” è pazzesca e anche “Il sangue di Giuda”. Torno da solo, capisco che i nuovi After sono un gruppo potente e motivato, ma non mi danno energia. Forse sono io a sbagliare, è davvero un pregiudizio? Che noia devo violare? A questa età, dice Manuel, non si ha la forza neanche per farsi una sega. Ripenso a quel pezzo di Germi in cui cantava: sarò vecchio, sarò passato, ma sto per venire. Io avevo 13 anni e ascoltavo i Green Day. Eppure da quel disco del ’95 ripescano “Pop (una canzone pop)”. Manuel la presenta così: vent’anni fa ho scritto questa canzone, ora ne ho capito il vero significato. Ti capisco, so cos’è. E allora chiudiamo in bellezza questo live. Cantiamo insieme “Bianca”, “Quello che non c’è” e “Bye bye Bombay”. Non so, forse ci rivedremo. Ma per favore, senza un finale che faccia male.

Paolo Ferrari