woods

Sa di serenità e spensieratezza, il nuovo album dei Woods. O forse, per meglio dire, di voglia di avere quella serenità e spensieratezza come stati d’animo costanti nella propria quotidianità. Ha il sapore del tramonto sulla spiaggia a luglio, con un cocktail fresco in mano, ma anche dell’alba che sorge a conclusione di una notte di musica, danze e falò, con sorrisi ebeti e abbracci dati come fossero infiniti, pur sapendo che saranno gli ultimi.

“Strange to Explain” profuma di Summer of Love, di atmosfere seventies. Di movimenti fluidi, ritmi rallentati e visioni caleidoscopiche, come quando gli occhi sono stati troppo esposti al sole, consapevoli che la felicità non è una fase, ma giusto un attimo, tanto breve quanto intenso. Un album da ascoltare tutto in fila, una traccia dopo l’altra, e dal quale lasciarsi trasportare come in una spirale, ma di quelle belle. Un viaggio contemporaneo in un labirintico Paese delle Meraviglie in salsa psychedilic-folk 2020.

Il falsetto sottile del frontman Jeremy Earl si appoggia lieve e in perfetto amalgama alle melodie (in cui dominano le tastiere, il giusto dosaggio di chitarre, ma soprattutto il mellotron), e ci trasporta nella buca del Bianconiglio con l’ipnotica Next to You and the Sea, un brano capace come pochi altri di trasmettere la voglia di teletrasportarsi altrove.

Neanche il tempo di pensarlo ed ecco che in un altrove davvero “oltre” ci si ritrova immediatamente con la seducente Where do you go when you dream?. Il suo suono delicato e avvolgente ti porta dentro lampi testuali che immortalano attimi di vita così nitidi, puntuali e semplici da rimanere spiazzato, fino a non accorgerti nemmeno che il brano ti ha avuto con sé per quasi 6 minuti ed anzi trovarti a pensare che andresti avanti ancora e ancora.

L’album scende poi in profondità con l’esplicita, nella sua ingenua e fragile sincerità, Can’t get out, per poi tornare ad atmosfere più retrò e slow con la titletrack Strange to Explain, che cede quasi all’evidenza di fatti che fin qui ci si era trattenuti dall’ammettere. La strumentale The Void, alla traccia numero 6, fa da ponte perfetto per giungere alla seconda metà del disco, altra faccia dalle note sognanti, ma dai testi non meno autentici, della stessa medaglia di questo lavoro soffice all’orecchio, quanto carico nella sua costituzione.

“Strange to Explain” arriva a un apice di reale maturità di vita e musicale per i Woods, 15 anni di carriera, consolidamenti familiari e nuove scelte abitative non di poco conto, e se la porta dentro tutta, fino a ridarcela sotto forma di note e pensieri che all’inizio ci attraggono semplicemente a sé per poi darci da pensare, come proprio non ci saremmo aspettati. Prova per nulla banale, e nello stesso tempo capace di restare coerente con l’anima di questa band, prolifica quanto artisticamente elevata, pur senza mai suonare elitaria. Ben fatto davvero.

Daniela Raffaldi

 

 

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