Lo abbiamo già detto, ma ripeterlo non guasta. I Vanarin sono un pezzo preziosissimo per la musica italiana. Lontani anni luce dalla spazzatura moderna, slegati da qualsivoglia moda nostrana, da tre anni a questa parte impartiscono lezioni di stile a chi pensa di vincere facile. A differenza di una bella fetta di loro coetanei, viaggiano su binari poco scontati, con un’abilità tale da rendere il tutto di una semplicità quasi disarmante.

“EP2” è la loro terza uscita discografica dopo il primo EP omonimo del 2017 e l’album “Overnight” del 2018. Di strada, nel frattempo, ne è stata fatta parecchia. Innanzitutto in termini di produzione, che li ha visti passare dal “fai da te” degli esordi all’avventura con Woodworm, per poi entrare nel roster di Dischi Sotterranei proprio con questo nuovo disco. Nell’ultimo anno, inoltre, la formazione si è ridotta da cinque a quattro elementi con l’uscita di scena del polistrumentista Giuseppe Chiara, una pedina che era stata decisiva nel definire il sound della band. La sua mancanza, molto probabilmente, ha contribuito a ridisegnare i contorni dei Vanarin in quello che, in sostanza, è il cambiamento che salta maggiormente all’occhio. Anzi, all’orecchio.

I nostri giovani bergamaschi preferiti (ho detto giovani, state buoni, i Verdena sono più grandicelli) stanno infatti virando gradualmente verso territori che un tempo guardavano soltanto da lontano. Dico “stanno” perché l’impressione, ascoltando questo “EP2”, è che l’evoluzione del loro suono sia un affare tutt’altro che concluso.

Certo, che sia definitivamente sbocciato l’amore per l’electro-pop anni ’80 è chiaro fin dalla prima traccia, Don’t Pick Me Up. Il tappeto sintetico su cui il cantante italo-inglese David Paysden gioca con il suo falsetto d’altri tempi sprigiona malinconia a fiotti e un senso di robotica alienazione che è tipica di quel periodo. I vuoti, però, vengono regolarmente riempiti con pennellate di funk così come accadeva già in “Overnight”.

La conferma arriva con il secondo brano, Her Heart, più caldo e rassicurante del precedente, e soprattutto con i successivi due. Orange Juice mette in primo piano le chitarre per sfociare in un ritornello pop, mentre Us People, forse la più orecchiabile del lotto, si arrocca su una funky-disco-music a presa diretta. Insomma, ascoltando questi primi quattro brani si sbatte la testa contro le pareti innalzate dagli Earth, Wind and Fire per sbucare in una stanza in cui gli Steely Dan duettano con i Tame Impala.

Ma non è tutto. L’ennesima sorpresa arriva con la quinta e ultima traccia, A Feeling No Longer Felt, che sembra invece tornare al passato psichedelico. Come a dire: avanti tutta, ma con garbo.

Il live, quando sarà possibile ascoltarli, si rivelerà certamente un banco di prova importante per queste nuove canzoni dei Vanarin. Ma avendoli già visti più volte in passato, siamo pronti a scommettere che sapranno mantenere l’asticella molto alta.

Paolo

 

La foto di copertina è di Chiara Glionna