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tia airoldi e marco gilioli

Tia Airoldi e Marco Gilioli: il concetto del “Quasi” in musica

 

Musicista poliedrico e autore nato e cresciuto nella campagna milanese sulle sponde del fiume Adda, Tia Airoldi è sempre stato affascinato dal cantautorato classico e contemporaneo, oltre che dalle colonne sonore dei film. Musicoterapeuta nell’ambito della riabilitazione, è curatore di installazioni artistiche ed eventi inclusivi per persone con disabilità sensoriali. Polistrumentista, liutaio e pianista da sempre, Marco Gilioli è amante delle atmosfere impressioniste e ha scoperto negli anni la poesia della chitarra classica. Musicista e arrangiatore appassionato, è un artigiano della musica per lavoro.

Già fondatori dei The Please, ora i due artisti sono pronti a esordire in duo. Nelle ultime settimane sono già usciti due singoli, Almost e Even, per Rivertale Productions. Qui, in particolare, vi parleremo del primo. Anzi, a parlarcene saranno direttamente i suoi autori, che proveranno a spiegarci il contenuto del brano attraverso il significato che ha per loro il termine Almost, cioè “quasi”. Tia Airoldi e Marco Gilioli hanno anche realizzato per noi una playlist ad hoc sull’argomento che troverete qui sotto.

Buona lettura!

 

 

Tia Airoldi

La dimensione del “quasi” in musica ha a che fare con ciò che manca. La mancanza è una perdita, un lamento che induce al pianto e alla commozione. Commozione è etimologicamente un “muoversi insieme”, una danza (Ashokan Farewell, Jay Ungar). Ciò che manca può essere comunemente considerato anche come errore. Non certo da Rick Rubin, che nelle sue recenti chiacchiere documentarie con Paul McCartney (McCartney 3, 2, 1), sostiene un punto di vista differente, che lascia spazio ad altre interpretazioni. Un punto di vista che vedrebbe lo sbaglio come il motore vero e proprio dell’energia di una composizione. L’errore infatti è qualcosa che “respira”nuovamente di gioventù per Rick, di quella non totale capacità di gestire ciò che si sta facendo che aggiunge un tocco di vitalità corroborante al brano. Sir Paul infine, esprimerà dei seri dubbi su come i suoi insegnanti delle medie avessero potuto recepire questa visione promettente.

Ad ogni modo il “quasi” dona una collocazione umana alla musica. La voce che intona una ninna nanna per placare il pianto è, nelle parole dello psicanalista americano Daniel Stern, la sintonizzazione affettiva, la capacità cioè di rapportarsi con l’altro attraverso dei processi non immediatamente esatti, ma che possano condurre a un’intesa e a un’armonia (Numi Numi, Tanja Salnik). Come un ritmo in apparenza sghembo che, ripetuto, sa creare un nuovo agio dal disagio (Hot Dreams, Timber Timbre). E come il giovane e squattrinato cantante folk Llewyn Davis (Inside Llewyn Davis) dei fratelli Coen, inanellerà una serie di disgraziate avventure dall’epilogo grottesco, così – assecondando il memorandum dei registi – c’è sempre un Ulisse in ciascuno di noi, le cui peripezie e avventure sfocano, disassano e rimandano, più o meno, le nostre mete.

Dopotutto l’errore è parente etimologico in latino dell’errare, cioè il vagare, il deviare e in qualche modo cugino del divèrtere (volgere altrove) da cui il divertimento. La musica del “quasi” è un’opportunità per divergere ed esplorare. Come per Bjork nel suo album di debutto ormai prossimo al trentennale (Venus As A Boy). Ed è anche un flusso che parte e approda in diversi porti. Ascoltate Marte tratta dai i “Pianeti” di Gustav Holst (1914) e vi ritroverete letteralmente catapultati ante litteram nelle trame di Star Wars – come placidamente ammesso più volte John Williams – o nell’arena romana immaginata da Hans Zimmer nella celebre soundtrack per “Gladiator”.

La musica può essere un inno, immaginato però in molteplici versioni, dove può non esserci un vero punto fermo e definitivo, come succede nella forma sempre cangiante e condivisiva di un live (Let It Be). La musica è come una vela bianca che si avvista al largo e un momento dopo non rimane che il vento, per sospingere e continuare la ricerca (Quasi sera, Luigi Tenco).

 

 

Marco Gilioli:

In musica il “quasi” rappresenta un momento, un tempo in cui ciò che deve essere ancora non è, una vicinanza verso il compiuto, verso la risoluzione di una melodia: in definitiva si può indicare il “quasi” come una pausa, come il momento di silenzio, di attesa e di tensione nell’ascolto prima di arrivare alla pace (Claire de lune, Claude Debussy). Provocatorio fu nel 1952 John Cage, quando con 4’33’’ stuzzicò la platea con un brano di solo silenzio. Avanguardista e ricercatore puro fu Arnold Schönberg, che con la sua musica dodecafonica tolse qualsiasi punto di riferimento armonico. Da quest’ultimo ci può essere suggerita anche una nuova e diversa definizione del “quasi” in musica: la tensione. Richard Wagner nel 1857 ne diede massima espressione nel celebre Preludio e morte di Isotta nel “Tristano e Isotta” ( intro al film “Melancholia” di Lars Von Trier ), dove due melodie si rincorrono, si cercano e si inseguono senza risultato, in un eterno movimento che inquieta l’ascoltatore.

Cambiando prospettiva, uscendo da un riferimento di musica classica e cercando riferimenti nella musica contemporanea, possiamo citare La femme d’argent degli Air di “Moon Safari”, in cui un duo di basso e batteria elettronica, delicati ma incessanti, toglie il respiro e crea movimento senza mai arrivare a una soluzione. Cannibal Resources dei Dirty Projectors (da “Bitte Orca”) è un inseguimento di voci, una sovrapposizione di linea di voce maschile principale e coro femminile che toglie qualsiasi punto di riferimento all’ascoltatore, accompagnata lungo tutto l’album da una chitarra a tratti quasi fuori da una scansione ordinata del tempo.

Questo punto può fornirci alcuni ultimi spunti di riflessione sul “quasi”: la dissonanza, il disturbo che si crea quando si cerca in una melodia la sua risoluzione, ma per farlo vengono intraprese strade spesso contorte (Broken Boy Soldier, The Raconteurs); la distorsione, quella graffiatura sonora tipica ovviamente della chitarra, ma che quando incontra la voce diventa molto più interessante (All in a day’s work, Eels), e infine il divertente spaesamento intellettuale quando si scopre una cover più famosa dell’originale: Everybody wants to rule the world di Lorde, Hurt di Johnny Cash, Where did you sleep last night dei Nirvana.

 

Tutti i brani citati e altri ancora potete ascoltarli in questa playlist

 

La foto di copertina è di Carlotta Stracchi Villa