Ventisei anni di carriera e undici album per un piccolo grande miracolo del garage del terzo millennio: i Black Lips. Le quattordici canzoni di questo “Season Of The Peach” conducono l’ascoltatore in un universo sonoro figlio diretto dei magnifici sixties, filtrati però da una lente distorta che attraversa a ritroso i decenni successivi.

Novello Bob Dylan sotto anfetamine, Cole Alexander si autoproclama conducente di un favoloso viaggio all’interno della musica, quasi sempre gradevolmente distorta, dello scorso secolo.

Forte di una struttura circolare in cui il primo e l’ultimo brano sono la stessa composizione arrangiata in modi differenti (The Illusion), l’album attraversa il folk sassone con tanto di cornamusa in Zulu Saints, il polveroso west spettrale in Sx Sx Sx Men, il mood bucolico di Wild One e la follia crampsiana di So Far Gone.

Ma c’è di più: il sesso malato di Judas Pig, per esempio, la chitarra west coast di Kassandra, o il country gospel, con tanto di sax, di Baptism In The Death House. E poi il punk ’77, il rock inglese delle origini, la profanazione dei classici. Il tutto senza sbagliare un colpo che sia uno.

Andrea Manenti