“Questo basco ne ha viste un bel po’, stasera l’ho portato fuori a prendere un po’ d’aria”. Già. Se solo quel basco bordeaux potesse parlare. Se solo quei due fori nel panno, segni di anni di avventure e vita vissuta, potessero raccontare la loro storia.
E invece no. Invece dobbiamo affidarci alla voce del Ricio (al secolo Maurizio Fusano) e al suo sorriso di chi la sa lunga su quello che ti vuole dire e quello che no per ripercorrere la storia dei Rappresaglia. E che storia. E che momento.

Chi sono i Rappresaglia? In poche e riduttive parole, i Rappresaglia sono una delle band più rappresentative dell’hardcore punk italiano degli Anni 80 e 90. In altre didascaliche parole, i Rappresaglia oggi sono il Ricio (chitarra e voce), Stefano Traldi (basso e cori), Matteo Covizzi (chitarra e cori) e Marco Cirino (batteria).
Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, i Rappresaglia sono al momento l’unica band hardcore punk italiana che sta chiudendo le valige per volare in America per tre date tra Las Vegas e Los Angeles. “Una bella soddisfazione, finalmente – sorride il Ricio, quasi con pudore – Dopo anni e anni in cui non ne è mai arrivato niente, ormai non ci speravamo neanche più”.

L’alone di mistero col quale dice e non dice fa molto punk, diciamolo. La realtà è quella di un uomo che ha fatto della musica, di un genere e di una band uno stile di vita, di pensiero e di espressione. Qualche minuto e il cuore di panna punk del Ricio si scioglie: “Eravamo strani, col kilt e i capelli in piedi, ma il punk era qualcosa che univa, era tribale, nel senso che ti riconoscevi con un altro conciato come te e scattava subito un’alchimia data dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande“.

Eppure se esistono festival come il Punk Rock Bowling Music and Festival di Las Vegas e se invitano voi dall’Italia vuol dire che il punk è ancora vivo più che mai.
Ricio: “Vivo? Chissà. Noi per ora non siamo morti, perciò un occasione simile è meglio non farsela scappare”.

Ma il punk, oggi, cos’è?
Traldi: “Vedi, oggi tendiamo a demonizzare tutto e basta. Certo, anch’io vorrei che mio figlio ascoltasse solo i Clash… per carità, li ascolta ma ascolta anche Sferaebbasta ed è giusto così, perché vive nel suo tempo, vive la sua realtà. Che poi, se devo dirla tutta, un giorno mi sono sforzato di ascoltare un suo testo e devo dire che mi sono un po’ sentito in colpa per avere sparato sentenze a priori. Ci sta”.
Ricio: “Io quello che non sopporto è vedere i ragazzini che suonano punk che ci trattano come mostri sacri. Mi fa tristezza. Perché vuol dire non aver capito niente. Il punk è rottura, a me faceva schifo a prescindere tutto quello che avevano fatto prima, cercavo una via per fare qualcosa di nuovo, per sperimentare. Oggi invece vai nei locali e trovi le cover band… capisci che è difficile avere speranza”.

E allora che cosa hanno, oggi, da dire ancora i Rappresaglia?
Ricio: “La musica è espressione, c’è sempre qualcosa da dire. Certo, oggi non ho più voglia di sperimentare molto, non mi interessa più, non è più un’urgenza a questo punto della mia esistenza. Però provo ancora piacere a imbracciare una chitarra e a cantare quello che sento. Di questo, credo, non mi stancherò ancora per un bel po’. Forse. Mai dire mai…”
Cirino: “Siamo un gruppo di amici prima che una band. Oggi ognuno di noi ha la sua vita, la sua professione, la sua famiglia. Ma quando si prova, quando c’è la data… quando loro attaccano l’ampli e io batto il tempo per il primo pezzo…ti dimentichi tutti i sacrifici e vivi per quel momento. Magico. Unico”.

Li abbiamo visti allo Spazio Ligera durante la loro ultima apparizione milanese in ordine di tempo. E cazzo se ne fanno ancora di rumore questi cinquantenni dalla carta d’identità falsa come un autotune. Gambe divaricate, chitarre indossate bassissime, e giù a cantarle e suonarle come se Vivienne Westwood fosse ancora una novellina alla prima collezione.
La lingua inglese, verbo per eccellenza del punk, distingue l’aptitude, la capacità, dall’attitude, l’atteggiamento, con una sola lettera. E guardando i Rappresaglia dare ancora tutto sotto le volte del locale di via Padova viene da pensare che sia proprio giusto e sacrosanto così.
Dall’italiano all’inglese, nei pezzi storici come Nessuna Bandiera e Rappresaglia così come nelle ultime nate Buried Alive o Neurotik World, la parole d’ordine sono urgenza e verità. E anche un bel po’ di rumore, di quello bello che non dà mai noia.
Rappresaglia goes to Hollywood. Buon viaggio, ragazzacci.

Federica Artina