
C’è aria di ritorno, ma non di nostalgia, nel nuovo lavoro dei Post Animal, “Iron”, album uscito la scorsa estate e rinnovato da pochi giorni con una versione deluxe estesa dal titolo “Iron Expansion Pack”. Questo disco, infatti, segna il momento in cui la band di Chicago, come avviene un po’ per tutti passata la soglia dei 30 anni, si guarda indietro con una nuova consapevolezza, riconoscendo le proprie radici per farne la propria forza.
Dal primo fuzz dell’EP “Garden Series” (2016) e del primo album “When I Think of You in a Castle” (2018), passando per il rock di sapore 70’s di “Forward Motion Godyssey” (2020) e all’elettronica più sperimentale di “Love Gibberish” (2022), i Post Animal hanno compiuto un percorso fatto di ricerca e sperimentazione, forse per provare a trovare una propria cifra stilistica, passando dalla psichedelia garage dei primi anni a un rock più ampio.
Con “Iron”, il percorso sembra chiudere un cerchio: è un disco che non ha bisogno di affermare una personalità, quanto di raccontarla con un bel sospiro e uno stile più narrativo e più adulto. Le chitarre restano protagoniste, ma non dominano; si intrecciano ai synth, alle voci multiple, a una scrittura più coesa e sicura. È il risultato di un lavoro da “band”, nel senso più puro del termine: sei musicisti che si ascoltano, si completano, si rispondono.
E, non a caso, dopo quasi dieci anni, la formazione originaria è tornata al completo proprio per questo disco, con Joe Keery (sì, proprio quello che il mondo della musica conosce anche come Djo e quello delle serie tv come lo Steve Harrington di “Stranger Things”), ora di nuovo alla chitarra e alla voce. Non ci focalizzeremo troppo sull’aspetto pop di questo rientro – per quanto dia un bel sapore di hype in queste settimane, vista l’uscita della stagione finale della serie cult – perché a interessarci, in questo caso, è il modo in cui un rientro restituisca sì un’inevitabile scintilla, ma anche un equilibrio rinnovato.
Joe Keery aveva lasciato i Post Animal proprio per dedicarsi alla carriera di attore e al suo debutto musicale solista come Djo, con cui gode di oltre un miliardo di streaming per pezzi come End of Beginning (dedicata propria a Chicago e colonna sonora di infiniti Reel) e con cui la scorsa estate ha calcato i palchi dei maggiori festival internazionali per presentare il riuscitissimo album “The Crux” (consiglietto: ascoltate Delete Ya, prego, non c’è di che). Dopotutto, a pensarci bene, non è nulla di così lontano dalla vita di tanti: un vecchio amico che per qualche anno si è trasferito altrove per lavoro, ora, soddisfatto e riappacificato dall’età adulta, torna in città, si ritrova al bar con gli amici di sempre e decide di tornare in sala prove con loro.
“Iron”, infatti, è un disco che parla proprio di amicizia, tempo, distanza, di come si cresce e di come si torna, che non punta tanto sull’ambizione di stupire, come nei lavori passati, quanto per intimità. Canzoni come Maybe You Have To si muovono su un confine sottile tra malinconia e luce, tra perdita e accettazione: l’audio di un messaggio in segreteria della nonna del batterista Wesley Toledo, che apre e chiude la traccia, è un picco nostalgico, in bilico tra la tenerezza dell’infanzia e il peso delle cose non dette, o dette a fatica, soprattutto in famiglia.
Proprio come espresso nei testi, il disco riflette il passaggio dall’energia caotica giovanile verso una maturità più calda e consapevole, che, però, non perde quella leggerezza psichedelica che ha sempre contraddistinto il suono della band. Cambia solo il focus: ora ci sono synth più presenti, aperture melodiche più spinte, un maggiore equilibrio tra psichedelia e pop. Tra i pezzi più riusciti della tracklist ci sono sicuramente Setting Sun (in cui le influenze di Keery/Djo sono più nette) e Pie in The Sky, pezzo rock orecchiabile, divertente e ritmato.
“Iron” è un disco incentrato sui ritorni – delle persone, delle storie, delle radici – ma non è un revival nostalgico, quanto il racconto di quella consapevolezza acquisita nel momento in cui si smette di inseguire e si rallenta il passo per capire meglio e condividere. Questa band – certamente poco conosciuta in Italia, ma che sarebbe molto interessante sentire dal vivo – ha confezionato una decina di canzoni con un filo narrativo comune: crescere (sì, un modo più carino di dire “invecchiare”) non significa smettere di sognare, ma solo imparare a farlo meglio, con gli amici di sempre, le stesse chitarre e un pizzico di malinconia che sa di casa. E il modo migliore di crescere è quello di accantonare la frenesia a favore della semplicità, il vero atto di coraggio di questi tempi: i Post Animal sembrano averlo capito molto bene.
Sara Bernasconi

Circolo Magnolia (Milano)
