Ieri sera al Legend Club di Milano è successo un piccolo miracolo: un concerto che non solo ha sfiorato il sublime, ma che ha anche ribadito l’immortalità del rock, come se l’era d’oro non fosse mai finita. I Nada Surf, quei ragazzi che hanno fatto dell’introspezione melodica una forma d’arte, hanno messo a posto ogni dubbio che qualcuno potesse avere sul fatto che il rock può ancora commuovere, scatenare e far pensare, tutto nella stessa frazione di secondo. Ma prima di arrivare al cuore della bestia, vale la pena parlare di chi ha acceso il fuoco: due band di apertura che, seppur differenti, sono riuscite a darci un’idea di come il rock indie si stia evolvendo senza perdere l’urgenza e l’incanto.
I Lowinsky non sono stati solo una band di supporto, ma un’introduzione potentissima alla serata. Un assalto di suoni, ma non nel senso di un caos caotico e senza forma. No, la loro era una tempesta ordinata, una sorta di riflessione su come il rock può ancora essere melodia e poesia senza sembrare antiquato o fuori posto. Il loro disco in anteprima “Alice Inizia a Capire” è un bellissimo rebelot, un giro di onde di voci che si sovrappongono e un ritmo che ti tira sotto senza chiederti permesso. Immagina di ascoltare qualcosa che suona come se fosse la colonna sonora di un sogno di Burroughs che incontra per caso i Libertines per farsi un bianco sporco al bar del colle di Trescore Balneario.
Poi, arrivano i Cle Elum, un duo da Chattanooga che, più che suonare, sembrava divertirsi a creare una festa spontanea, una di quelle dove non c’è un piano preciso e tutto accade in un crescendo di sorrisi e confusione. Se i Jenny & Johnny sono stati l’ennesima celebrazione di un romanticismo indie fatto di due voci e chitarre, i Cle Elum lo sono nella loro versione cruda, sporca, ma non meno affascinante. Con quel tono vocale che ti fa pensare a Spiral Stairs dei Pavement, hanno sbattuto in faccia alla folla una vibrazione che ti rendeva irrequieto, come se fossi dentro una canzone di Pavement e contemporaneamente stai ballando nel salotto della tua casa. Due chitarre, una batteria, e un sorriso che sembrava dire “sì, possiamo farlo anche noi.” E lo facevano alla grande. Se l’intento era quello di sciogliere il pubblico prima del grosso botto, beh, ci sono riusciti alla perfezione.
E poi, i Nada Surf. Cosa dire dei Nada Surf? Una band che, per quanto siano stati etichettati come “quelli di Popular“, hanno avuto il coraggio di non fermarsi mai alla superficie, continuando ad evolversi come una macchina ben oliata che non smette mai di trovare nuove e fresche pieghe nel suono. Da quel momento in cui sono entrati in scena con “Second Skin”, la magia era nell’aria. Il pubblico, che probabilmente aveva anticipato che sarebbe stata una notte di nostalgia e divertimento, è stato subito sorpreso dalla freschezza di un live che sembrava avere la vitalità di un debutto, eppure aveva la profondità di un catalogo musicale che ormai va avanti da decenni.
“In Front of Me Now” ti strappava il cuore a ogni parola. Quei ritmi che non scendono mai sotto un certo livello di intensità emotiva, e quei riff che ti avvolgono come se ogni canzone fosse un racconto che parte lentamente ma poi ti travolge. “Moon Mirror” e “Inside of Love” non sono solo canzoni; sono eventi che ti penetrano dentro come un fiume in piena, ma con la calma di chi sa di avere il controllo della situazione. Il bello dei Nada Surf è che non c’è mai nulla di eccessivo: ogni cosa è al posto giusto, in ogni momento. Non sono mai l’epicentro di un’esplosione, ma la radice di una pianta che cresce, con radici che vanno giù, giù, giù, fino a toccare qualcosa di universale.
Il loro live ha avuto un equilibrio perfetto tra il loro passato glorioso e le loro nuove vibrazioni, ma è stato con pezzi come “Killian’s Red” e “Intel and Dreams” che ci hanno veramente fatto capire quanto sono maturati. Non hanno mai smesso di essere i ragazzi che ci avevano fatto sognare, ma oggi sono più affilati, più riflessivi, ma senza mai perdere quella freschezza che li ha sempre caratterizzati.
E se pensi che le cose non possano andare oltre, ti sbagli. Quando sono arrivati “Losing”, con la sua bellezza fragile e disarmante, e “Mathilda”, la sala ha cominciato a vibrare come se il tempo stesso si fosse fermato. E poi, il momento epico: “Where Is My Mind?”, dove l’intero pubblico ha cantato all’unisono come se non ci fosse una separazione tra band e fan. La magia, in quei momenti, era reale. Nessun effetto speciale, nessuna luce abbagliante, solo il potere della musica che ti lega a un momento condiviso.
Concludendo con “Blitzard of 77”, suonata senza amplificazione, acustica, la band ha creato un’illusione di semplicità che ha in realtà un valore enorme: la magia di una canzone che prende vita solo attraverso l’energia condivisa del pubblico. Il Legend si è trasformato in una cattedrale di suoni e di voci, un’eco che si è amplificata e che ha riempito ogni angolo di quella piccola sala.
Quella di ieri sera è stata una lezione, ragazzi, una lezione di come il rock può essere sempre nuovo, sempre sorprendente, sempre fresco, anche quando pensi che non possa più dare niente. Ma i Nada Surf non sono mai stati quelli che si adattano alle regole. E infatti, ieri ci hanno ricordato che quando il rock è fatto con il cuore, non teme i confini triviali dello spazio/tempo.

Smemorato sognatore incallito in continua ricerca di musica bella da colarmi nelle orecchie. Frequento questo postaccio dal 1998…
I miei 3 locali preferiti:
Bloom (Mezzago), Santeria Social Club(Milano), Circolo Gagarin (Busto Arsizio)
Il primo disco che ho comprato:
Musicasetta di “Appetite for Distruction” dei Guns & Roses
Il primo disco che avrei voluto comprare:
“Blissard” dei Motorpsycho
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso:
Parafrasando John Fante, spesso mi sento sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Ma poi metto in cuffia un disco bello e intuisco il coraggio dell’umanità e, perchè no, mi sento anche quasi contento di farne parte.
