Milano, 20 dicembre 2018

Ci sono alcune espressioni artistiche per le quali è difficile immaginare forme e strade diverse da quelle da cui sono state originate. Una di queste, per i meno avvezzi, sembra essere sempre stato il rap, almeno quello italiano, ingabbiato tra i cimeli della vecchia scuola e le nuove correnti della trap, che invece guardano oltreoceano per storytelling e stile.

Uno spostamento degli assi verso l’orbita US che solo i più miopi definiscono una meteora, ma che sta comandando le classifiche e influenzando anche gli artisti cardine intorno ai quali l’hip-hop ruotava. In Italia, però, è stato anche un anno in cui due gruppi romani che hanno fatto la storia della doppia HH made in Italy quali Cor Veleno e Colle der Fomento sono usciti con due album di diamanti e tutti hanno abbassato il capo in segno di rispetto.

Perché questa premessa? Perché tra di loro, magari in disparte, ci sono anche dei ragazzi dai modi gentili, insospettabili, come Dutch Nazari (nome d’arte di Edoardo Nazari), che hanno masticato rap fin da ragazzini e hanno la capacità di mostrarti sfaccettature e possibilità di interpretazione diverse di un genere che si tende a incasellare troppo facilmente, sotto quelli che prima erano jeans larghi e bandane e adesso invece sono i tatuaggi sulle guance e i borselli a tracolla. Dutch Nazari è uno di quegli artisti che stanno sdoganando il rap, dilatandone i confini e in qualche modo anche portandolo a un pubblico più vasto. E in occasione della tappa (sold out) al Biko di Milano per il tour del nuovo album “Ce lo chiede l’Europa” si afferrava l’eterogeneità di questo pubblico.

Dal palco non piovono solo barre e incastri, ma un discorso generazionale, fatto di Erasmus, esami, amicizie, attentati terroristici, lavori che cambiano ogni sei mesi, il meticciato europeo, una ninna nanna composta per il nipote, che poi diventa una canzone per il fratello.

È nelle piccole differenze che ci si scopre uguali
Hola mi hermano que tal? Is everything OK?
Ta journée était bien? Ti sei alzato alle sei?
Parlo un po’ tutte le lingue, anche se non tanto bene

Dutch Nazari amalgama rap e cantautorato, ed è così che per lui si può decisamente parlare di “cantautorap”, definizione elaborata in primis da Dargen D’Amico. Seppur le definizioni siano sempre riduttive, in questa circostanza sembra calzare abbastanza a pennello. «Cantautorap ha […] il merito di contenere in una sola parola le mie due principali influenze artistiche: da un lato la canzone d’autore degli Anni ’70 che ascoltavo in macchina coi miei genitori, da Dalla a De André a Guccini a De Gregori a Tenco; dall’altro lato la musica che ho scoperto a 14 anni e che poi ho approfondito molto nel mio percorso di ascolto individuale: il rap». Il rap diventa solo uno stile del cantato e non una stringente serie di regole alle quali rifarsi, cosa tra l’altro che se si andasse a scoprire meglio le origini del genere negli anni ’80 si scoprirebbe falsa.

Dutch Nazari è così: unisce mondi diversi, quello della spoken-word, della slam poetry alla quale viene spesso associato (Proemio), dell’elettronica, dell’esibizione che oltre alle basi porta anche i musicisti sul palco, tra cui compare il produttore Sick et Simpliciter, che durante il live si alterna tra basso e chitarra, e la sua fucina da paroliere. Mondi che si sono sempre guardati con sospetto, ma che sembrano abbracciarsi e spingersi vicendevolmente.

Niente, vi sentivate sul pezzo perché ascoltavate Anastasio di X- Factor? Vi sembrava qualcosa di nuovo, vero? Ecco, non avevate capito nulla.

Andrea Frangi

 

SETLIST:
Tutte le direzioni
Amore Povero
Fuori Fuoco
Mirò
Near Venice
Sui divanetti
Lontana tu
Qui da poco
Guarda mamma senza money
Momento clinico
Da abbinare a un mondo grigio
Così così
Inutili e belli
Nelle stazioni
Comunque poesia
Girasoli