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Quanto Belpaese in questo ultimo lavoro dei Beirut, così lucente e malinconico che poi viene anche voglia di essere felici. Zach Condon da New York decide che no, la grande città che tutti noi sogniamo gli va troppo stretta, e prosegue, concludendolo, il suo personalissimo diario a Berlino. Si trasferisce pure perché è proprio vero: il Berghain, sai le serate, i club dove la meglio ambient va che è una bellezza, insomma tutti i parchi, i quartieri a buon prezzo, che invidia per il nostro Zach.

Di fronte a ciò vuoi che uno studio, un buco, mica grandi cose, non lo si trovi nella capitale tedesca? No, neanche per sogno. C’era bisogno di Stefano Manca, padre padrone della Sudestudio, nella profonda Puglia, a Gallipoli. Oltre gli spuntini alla forneria di Guagnano, dove ognuno di noi, almeno una volta, si è abbuffato di qualcosa, Zach ha registrato uno degli album più belli usciti in questo inizio anno. L’organo Farfisa ha ricominciato a suonare e immediatamente i ricordi sono andati alla fine degli anni Zero: quanti furtivi incontri andati in bianco con quelle canzoni, però nei ricordi tutto sfuma e diventa bellissimo, e compiuto.

Ma oggi, cosa ci dicono i Beirut? Le radici sono ancora ben piantate nell’humus di un certo modo di fare folk. Il presente non è un libro aperto; piuttosto conserva i testi di un codice da tramandare e noi siamo il pubblico, mi raccomando orecchie in ascolto. All’interno dello scrigno, preziosissimo, ci sono sprazzi di progetti potenziali che in futuro la band potrebbe, e dovrebbe, sviluppare. On Mainau Island e Corfù sono due gioiellini, uno sperimentale e l’altro di bossanova, che sicuramente non saranno consumate dai fan, ma che al contempo rappresentano i Beirut del futuro, a Zach piacendo.

La title track ha il pregio di compendiare un’intera carriera, perché anche nella musica ci sono mappe concettuali, questa poi così ricca di immagini e suggestioni da non lasciarsi ascoltare senza un brivido. Per capire questo lavoro non ci sono parole migliori che quelle pronunciate dal proprio autore, a proposito di una singolare esperienza fatta a Gallipoli con i componenti del gruppo: «Ci siamo imbattuti in una processione religiosa in cui una banda di ottoni seguiva la statua del santo patrono. Per me è stata un’esperienza incredibile, mi ha ricordato la mia infanzia a Santa Fe, lì tutta la città si riuniva in un parco per un evento simile e io ero spaventato ma allo stesso tempo eccitato da tutta quella gente e quei suoni. Il giorno dopo mi sono chiuso in studio ed è nata la title track: ho percepito immediatamente la forza di questo brano, un mix tra vecchio e nuovo, un’esperienza unica e potente». Tra il vecchio e il nuovo c’è la stessa distanza che c’è tra la carta e il digitale: azzerandone l’opposizione ci guadagneremmo tutti.

Alberto Scuderi

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