Milano, 7 febbraio 2019

 

PROLOGO. Giovedì 7 febbraio. I Be Forest presentano il nuovo album Knocturne al circolo Arci Ohibò, ormai tra le colonne portanti della proposta musicale indie milanese. Ho la fortuna di averlo dietro casa. Ho il piacere di rivedere per l’ennesima volta dal vivo una band che amo e seguo dai tempi del loro esordio con “Cold”, nel lontano 2011. Si preannuncia una serata perfetta, ma come sempre l’imprevisto è dietro l’angolo. Nel mio caso si chiama non calcolati postumi da allenamento di boxe. Ma andiamo con ordine.

PICCHIARE FORTE PICCHIARE DURO

Fresca di una novella passione per la nobile arte e armata della mia migliore buona volontà, decido nonostante due ore di sudore, addominali e ganci destri in da face, di non mancare all’appuntamento e di presentarmi alla venue verso le 22.30, di comune accordo con una mia amica, che dovrebbe arrivare diretta da un appuntamento galante con un gentleman di Tinder. Faccio appena in tempo ad ascoltare l’ultimo pezzo di Jack Eden, che mi convince moltissimo, ma sul quale purtroppo non sono in grado di approfondire con altri commenti.

Si arriva dunque all’atteso set del terzetto di Pescara e la prima cosa che mi colpisce peggio dei sopracitati destri, sono le percussioni, affidate all’elegante precisione di Erica Terenzi. Non che siano una novità, e in questo lavoro sono sicuramente meno tribali rispetto al precedente “Earthbeat”, ma le trovo sempre potentissime e a mio parere vera colonna portante e cifra distintiva della band.

Il tiro di Erica si fa sentire in particolare in pezzi come Gemini o nei controtempi della ballatona Sigfrido, dando al live un carattere arcaico e viscerale. Oltre ad avere l’indiscusso merito di regalare corpo e materia ai loop ipnotici delle chitarre di Nicola e alla voce eterea di Costanza.

RIVERBERONI SOPORIFERI

Parlare dei Be Forest senza citare gli echi riverberati tipici dello shoegaze, genere di cui la band è tra gli esponenti di punta a livello internazionale, o senza sottolineare il ruolo sussurrato della voce nel creare la carezzevole magia che culla lo spettatore facendolo approdare in un universo liquido e fluttuante (Slowdive docet) sembra davvero un controsenso. Ad essere però sincera, sono proprio questi gli aspetti che mi hanno convinto meno di tutto il live. Nel senso che li trovo sempre uguali a sé stessi. E in questo terzo lavoro, sicuramente più dark e introspettivo, invece di farmi viaggiare tra i flutti delle onde sonore mi hanno francamente un po’ annoiato. Sarà stata la stanchezza o il rintronamento da boxeur de rue, ma il susseguirsi della scaletta mi è sembrato davvero un unico lungo pezzo senza eccessivi picchi emozionali. Complice anche il grado di empatia zero che i tre sanno comunicare, ma a cui il pubblico dei fan è abituato.

Chiudendo gli occhi, invece di perdermi, mi sono spesso ritrovata a barcollare per il sonno. E questo mi è davvero dispiaciuto, perché, come già detto, considero la band una piccola perla di assoluta rarità nel panorama della musica italiota e meritevole di calcare palchi di prim’ordine, come il loro tour negli States è lì a dimostrare.

IL GENTLEMAN DI TINDER

Per completare il corollario di una serata non proprio riuscita, è giunto anche il pacco della mia amica per sopraggiunte cause di forza maggiore (leggi limoni selvaggi con la versione brutta di Bianconi – !!!). Dopo 45 minuti di live, oggettivamente un po’ pochino visti i tre album in repertorio, la mia serata è definitamente virata verso la destinazione della mia cameretta in solitaria, sotto l’egida del motto “true romantics sleep alone”. Un po’ delusa, ma consapevole che non tutte le ciambelle riescono con il buco, nemmeno alle migliori promesse.

La Vedova Tizzini